di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 13 ottobre 2026
Un’ondata di giustizialismo un tanto al chilo alimentata da certa stampa e prontamente cavalcata dalla politica: “Permessi premio ai capi mafia, anche al 41 bis”. Zalone direbbe: ma è laureata questa? È davvero necessario rimettere al centro della discussione i fatti, il diritto e la Costituzione. Gridare allo scandalo paventando la scarcerazione indiscriminata di boss mafiosi, perfino al 41 bis, significa ignorare deliberatamente il dato normativo. Il legislatore, con il decreto-legge 162 del 2022 (poi convertito nella legge 199 del 2022), ha disegnato uno sbarramento insormontabile: l’accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative è espressamente e tassativamente escluso per tutte le persone detenute in regime di 41-bis.
Evocare il fantasma dei capimafia che dal carcere duro escono indisturbati per riprendere le redini del territorio è pura propaganda della paura, utile solo a raccogliere un facile consenso elettorale scavando nelle fobie collettive. Se davvero vogliamo rivolgere lo sguardo alla nostra Carta costituzionale, il vero e grave punto di caduta risiede altrove. Sta nella scelta di seppellire vive le persone per trent’anni in regime detentivo di rigore, senza alcuna reale prospettiva di reinserimento. Un isolamento totale, sottratto a ogni contesto relazionale, affettivo e formativo, che finisce per annullare l’individuo anziché interloquire con la sua coscienza.
L’articolo 27 della Costituzione parla chiaro: la pena deve tendere alla rieducazione. E rieducare, nel senso più nobile di e-ducere, insegna Glauco Giostra, significa proprio condurre fuori, accompagnare la persona verso l’apertura del pensiero a una visione della vita diversa da quella criminale. Uno Stato che rinuncia alla riabilitazione rinuncia a sé stesso e si chiude in un inaccettabile processo eliminativo.
La narrazione di una magistratura di sorveglianza “manica larga” descrive una realtà che semplicemente non esiste. Il procedimento per chi è condannato per reati di mafia è già oggi un percorso farraginoso, blindato e quasi insuperabile.
Le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) sono già parte integrante e attiva di questo meccanismo, chiamate a esprimere pareri dettagliati. Gli oneri di allegazione a carico del detenuto richiedente sono pressoché insormontabili: si pretendono prove monumentali di rottura con l’ambiente d’origine e dell’impossibilità di ripristino dei collegamenti, l’adempimento degli obblighi risarcitori e il superamento di capillari indagini patrimoniali estese a interi nuclei familiari.
I magistrati di sorveglianza concedono rarissimi benefici con una prudenza estrema, analizzando meticolosamente la sussistenza di ognuno dei paletti rigidi disegnati dalla nuova normativa e troppo spesso fermandosi alla storia criminale del ristretto cristallizzata nella pronuncia di condanna ignorando ogni sforzo prodotto nel cambiamento in anni e anni di reclusione.
“La mafia, diceva Sciascia, si combatte davvero con il diritto e non con la terribilità. Se lo Stato decide di contrastare il male usando il suo linguaggio - l’annichilimento dell’uomo, la privazione di ogni speranza, la logica del terrore - finisce per somigliargli.
Ogni volta che un condannato per mafia beneficia di una misura alternativa perché ha saputo faticosamente costruire una nuova lettura della vita, ogni volta che un uomo sceglie di abbracciare la cultura del bene accantonando la subcultura dei clan, lo Stato ha vinto. Quella è la vera, definitiva vittoria della legalità sulla criminalità organizzata. Di quel successo dovremmo gioire tutti, come comunità civile, lasciando finalmente indietro il potere di chi scava nella paura e nel populismo penale per farne un misero bacino di consenso”.
*Avvocato









