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di Giuseppe Sottile


Il Foglio, 12 settembre 2020

 

Tra lockdown e sezione feriale quasi cinque mesi di chiusura. I processi penali arretrati hanno superato la soglia di un milione e mezzo. Ma chi controlla le presenze nelle corti e soprattutto nelle procure? Nessuno. Prima il Covid, poi è subentrata la sezione feriale e i tribunali si sono di nuovo svuotati. Si riprenderà, se non ci saranno complicazioni, tra una settimana.

Lui, Aristide Carabillò, meglio conosciuto come il principe del Foro, se la cava con un richiamo a Pitagora e davanti al deserto del Palazzo di Giustizia sostiene che "la verità ormai non la danno né le chiacchiere né i tribunali: la danno solo i numeri". Statistiche ormai seppellite negli scantinati del ministero a Roma dicono che i processi penali arretrati hanno sfiorato, alla fine del 2019, la mastodontica cifra di un milione e mezzo.

Se provate ad accatastare i fascicoli uno sopra l'altro vi troverete di fronte a una montagna alta quanto il Vesuvio. Sotto quella montagna di carte ci troverete di tutto: avvisi di garanzia, mandati di comparizione, decreti di archiviazione, ordinanze di rinvio a giudizio, memorie difensive, atti di imputazione, perizie giurate, sentenze di primo grado, motivazioni di appello, ricorsi in Cassazione. Ma ci troverete soprattutto uomini, drammi, lacrime, tribolazioni e rabbia.

Sono almeno tre milioni di italiani che, in questo spaventoso anno di sventura, aspettano giustizia. La implorano le cosiddette parti lese, cioè le vittime e i familiari delle vittime: tutti quelli che hanno avuto un danno e sperano di ottenere quanto prima un risarcimento.

E la reclamano anche i reprobi: quelli che sono stati segnati a dito dagli investigatori come responsabili del misfatto e sono stati appesi al palo della gogna; quelli che sono finiti in carcere o ai domiciliari, che sono stati già interrogati dal pubblico ministero e poi dal giudice per le indagini preliminari e ora chiedono con insistenza che un collegio giudicante li liberi da questo calvario senza fine, senza tempo, senza confini. Dentro o fuori, poco importa. L'importante è uscirne vivi. Ma i giudici dove sono?

Per quattro mesi la paura del Covid ha paralizzato i palazzi di giustizia: aule chiuse, corridoi deserti, cancellerie sprangate, avvocati a spasso o in fila per uno, con la mascherina, quando il lockdown si è appena allentato. Poi però è subentrata la sezione feriale e i tribunali si sono di nuovo svuotati. Si riprenderà, se non ci saranno complicazioni, tra una settimana.

Ma bisognerà adottare tutte le cautele previste dalla pandemia e sarà difficile che gli uffici possano riprendere il ritmo dei tempi che furono. Si andrà avanti lentamente, con i piedi di piombo. A Palermo, città di mafia e di tutte le emergenze, a fine giugno la cronaca ha registrato il rinvio di ottomila processi. È probabile che, a conclusione della sezione feriale, l'arretrato toccherà quota quindicimila. O forse più. Quale governo avrà la forza o la fantasia di trovare una soluzione? Quale risposta darà il ministro Guardasigilli, Alfonso Bonafede, a quelle vittime e a quei reprobi che il lockdown ha spinto ancora più giù, nelle caverne di un inferno senza orizzonte e senza speranze?

Il numero dei magistrati è quello che è: in tutta Italia sono poco più di novemila. E la giustizia non è come la scuola; il ministro non può fare ricorso a un esercito di supplenti o di precari. Ci vuole, oltre allo studio e alla competenza, anche una investitura sacra e inviolabile da parte del Consiglio superiore della magistratura. Si possono bandire nuovi concorsi, ma con tempi prevedibilmente lunghi, lunghissimi. Tuttavia un rimedio dovrà pur esserci.

Sommando rinvii su rinvii presto arriveremo alla paralisi totale. Non resta che guardare all'organizzazione interna degli uffici e trovare lì una soluzione. Forse sarà necessario sacrificare qualche privilegio, ma un tentativo andrebbe comunque fatto. "Comincerei dalla cosa più semplice, più elementare: l'orario di lavoro", sentenzia Aristide Carabillò, principe del Foro, con l'aria di chi ha appena scoperto non un uovo ma un ovetto di Colombo. E chi può dargli torto?

Non c'è ospedale in cui i medici non siano obbligati a firmare un foglio di presenza, entrata e uscita. Non c'è caserma in cui ogni militare non sia sottoposto agli obblighi imposti dalla gerarchia. Non c'è ministero in cui il capo del personale non chieda a ogni funzionario conto e ragione sull'organizzazione e tempi del suo lavoro. Non c'è ufficio in cui non ci sia una disciplina e dove non si valuti la produttività di ogni singolo operatore, magari promovendo quelli che hanno fatto il proprio dovere e sanzionando quelli che non hanno rispettato le regole. Il mondo del lavoro, piaccia o no, è fatto così. Ma il mondo della giustizia italiana è un altro mondo.

"Il magistrato è soggetto solo alla legge", si legge tra i dieci comandamenti dell'ordinamento giudiziario. Il principio è stato fissato a lettere d'oro per garantire a ogni giudice autonomia e indipendenza. Ma, a forza di interpretazioni e dilatazioni da parte di quell'organo di governo che è il Csm, la salvaguardia dell'autonomia e dell'indipendenza è diventata per ciascun magistrato la libertà di fare quello che vuole. E guai a contrastarlo. E guai se un procuratore si azzarda a chiedere a uno dei suoi sostituti il perché o il per come di un ritardo, di una negligenza, di un arbitrio o di un menefreghismo. Apriti cielo.

Il sostituto griderà immediatamente allo scandalo. Dirà che i tempi e i modi di una inchiesta appartengono solo ed esclusivamente alle sue decisioni; che fargli fretta equivale a comprimere la libertà delle sue scelte e quasi certamente chiederà la tutela del Csm e dell'Associazione nazionale dei magistrati. Se il fervido e solerte Bonafede mostrasse per i tempi della giustizia la stessa passione che lo ha spinto a privilegiare le manette - le manette e nulla più - potrebbe farsi una passeggiata da via Arenula a piazza Indipendenza, dove ha sede l'organo di autogoverno dei giudici.

Negli archivi di Palazzo dei Marescialli potrebbe fare scoperte illuminanti e capire che non bastano le devastazioni del trojan per sbaragliare i corrotti e rendere efficace la giustizia italiana; che non basta dotare i pubblici ministeri degli strumenti più invasivi e sbirreschi per diffondere la cultura del diritto; che non basta assecondare le pulsazioni forcaiole di chi urla "onestà-onestà" per garantire al paese sicurezza e legalità.

Attraverso l'archivio del Csm il ministro Guardasigilli potrebbe ricostruire un episodio che, da solo, vale forse più di un trattato di sociologia giudiziaria. Dimostra come le correnti della magistratura abbiano lentamente e inesorabilmente abbattuto il principio di autorità e gerarchia che, prima degli anni Settanta, regolava bene o male la vita degli uffici.

Le procure avevano un capo al quale si dava rigorosamente del lei. Tribunali e Corti di Appello avevano presidenti ai quali ci si rivolgeva con un rispettosissimo "sua eccellenza". Nostalgie? Può darsi. Oggi è tutto stravolto. E lo stravolgimento ha origine proprio negli anni ai quali si riferisce la "pratica", allora si chiamava così, che il giovane Bonafede dovrebbe studiare con straordinaria diligenza; con una acribia degna di un uomo delle istituzioni.

Eccola. Succede che un giorno di quegli anni arriva sul tavolo di Salvatore Curti Giardina, procuratore capo di Palermo, un rapporto della polizia, su fatti molto gravi, che faceva riferimento ad altri nove dossier spediti prima del suo insediamento e che i sostituti - tutti brillanti e tutti impancati su un furore antimafia - avevano puntualmente lasciato a marcire nei cassetti. Il procuratore, forse per non urtare la suscettibilità di nessuno, richiama a sé l'inchiesta, formula di suo pugno i capi di imputazione e invia il fascicolo all'ufficio del giudice istruttore per le decisioni conseguenti. Da un lato toglie ai suoi pubblici ministeri il peso di una responsabilità che loro avevano comunque preso sottogamba; e dall'altro lato accelera un provvedimento che gli investigatori della polizia attendevano comunque da parecchio tempo.

Non l'avesse mai fatto. I sostituti, ciascuno utilizzando i canali della propria corrente di appartenenza, hanno cercato rifugio e protezione nel Csm. Hanno pianto sulla spalla dei propri referenti e nel giro di due brevi sedute, Curti Giardina si è trovato sul banco degli imputati.

La legge prevede il deposito entro novanta giorni, ma non si tratta di una scadenza perentoria. La data si può discutere e così capita che si impieghino fino a cinque mesi per una motivazione che chiunque avrebbe potuto scrivere in due o tre settimane. Tanto, chi controlla? Chi busserà mai alla porta di un giudice per sapere se ha lavorato quattro ore al giorno o solo tre giorni in un mese?

Con questi tempi e, soprattutto, con l'elasticità delle regole che abbiamo fin qui descritto, è molto difficile immaginare un recupero dell'arretrato che si è ammonticchiato in questi ultimi cinque mesi nei palazzi di giustizia.

I lunghi corridoi restano popolati solo da fantasmi: da avvocati che smaniano per portare a casa un risultato e presentare una parcella al cliente; da due o tre cancellieri applicati alla sezione feriale; da due o tre sostituti procuratori in servizio, malgré tout, per rispondere alle emergenze o al cosiddetto codice rosso, ultima invenzione con la quale lo Stato pretende di fronteggiare il rischio di un attentato terroristico o di una violenza alle donne.

L'immagine, se riesci a passare i controlli, lo scanner e a raggiungere l'immenso atrio sul quale si affacciano le aule vuote della Corte di Assise e della Corte d'Assise d'Appello, è desolata e desolante. Hai l'impressione che da un momento all'altro possa apparirti lì, vicino al bar ovviamente chiuso, Miss Flite, la vecchietta che in "Bleak House" di Charles Dickens si apposta giorno dopo giorno nei corridoi della Court of Chancery trascinandosi dietro una borsa con i suoi documenti, nella perenne attesa di un giudizio che