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di Clirim Bitri

 

Ristretti Orizzonti, 9 febbraio 2015

 

Per aderire alla campagna "Gli Stati Generali sulle pene e sul carcere: una occasione per riflettere CON le persone detenute" mandaci un messaggio, una lettera di suggerimenti, una firma di sostegno, o una mail all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con le tue idee per gli Stati Generali.

Il ministro della giustizia Orlando ha annunciato che nei prossimi mesi convocherà gli "Stati Generali" sulle carceri, cioè riunirà tutti gli operatori ed esperti che in qualche modo hanno a che fare con l'esecuzione delle pene, per trovare soluzioni nuove per affrontare e cercare di risolvere i problemi del mondo penitenziario.

Spero che questa iniziativa porti a riflessioni utili, ma sono certo che se non si conosce realmente il problema da affrontare, difficilmente si può trovare la soluzione giusta. Chi meglio di noi che siamo "ristretti" in queste condizioni può raccontare le cose che non funzionano? Non metto in discussione la preparazione degli operatori ed esperti, ma sono esperienze, che se non le provi non le puoi descrivere. Faccio qualche esempio: Bambina di 2 anni - "Papa perché quel poliziotto mi ha fatto togliere le scarpe?", padre detenuto - "perché vuole regalartene un paio di nuove", questo è un episodio raccontato ad un incontro con le scuole da un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti, gli esperti possono dire che il 30% dei figli dei detenuti seguono le orme dei genitori, ma quella figlia, che oggi ha 20 anni, ha raccontato l'odio maturato verso quell'uomo in divisa che faceva solo il suo lavoro perquisendo anche le sue scarpe, e noi da sempre sosteniamo che basta aumentare i controlli sulle persone recluse quando escono dai colloqui e si risparmierebbero così le umiliazioni delle perquisizioni ai famigliari, provocando anche meno odio verso l'uomo in divisa.

Su iniziativa della nostra redazione nel giro di qualche mese circa 9.000 detenuti da 54 istituti di pena hanno testimoniato con firme e lettere che hanno bisogno di una famiglia, della propria famiglia. Nessuno degli esperti può spiegarti bene come i diretti interessati che non si possono mantenere i legami famigliari con sei ore di colloquio al mese e dieci minuti di telefonata alla settimana.

Solo noi detenuti possiamo raccontare la sofferenza che abbiamo provato dal confronto con le vittime di reati, dimostrando che è stato più rieducativo quell'incontro di poche ore che anni di detenzione. Ogni anno noi redattori di Ristretti Orizzonti incontriamo più di 6.000 studenti, non ci è difficile rispondere alle domande, o raccontare le scelte sbagliate e gli scivolamenti che ci hanno portato in carcere. Quello che invece non riusciamo a raccontare è la giornata tipica del detenuto, perché togliendo quei pochi "fortunati" che in qualche modo sono impegnati in qualche attività, tutti gli altri nella migliore delle ipotesi devono cercare il modo per "Ammazzare il Tempo". Non credo che siano tanti gli esperti che sanno come si ammazza il tempo in poco spazio e senza nulla da fare. Se Lei Sig. Ministro veramente ha intenzione di affrontare in modo nuovo il problema "Carcere", deve allora prendere in considerazione anche la componente "Detenuto".

Nella nostra redazione non sentirà dire "Io detenuto ho bisogno di...", ma sentirà piuttosto dire "NOI, detenuti e non, noi società abbiamo un problema". Quello che possiamo mettere a disposizione da parte nostra è l'esperienza maturata in più di 18 anni in un laboratorio di studio, confronto, sofferenze, delusioni e conquiste, non per fare un buon carcere, che non esiste in nessuna parte del mondo, ma per far sì che le persone che entrano in carcere escano non peggiori, e se possibile un po' migliori di prima. La nostra direttrice spesso dice che siamo un "articolo" difficile da difendere anche quando abbiamo ragione, spero che Lei Sig. Ministro abbia il coraggio di affrontare il problema in modo diverso da quanto si è fatto sino ad oggi, e gli "Stati Generali" li convochi proprio qui nella Casa di reclusione di Padova.