di Errico Novi
Il Dubbio, 22 aprile 2024
“Tutto sta nelle parole. Persino in quelle degli avvocati nei processi”. Padre Francesco Occhetta è una figura importante, in Vaticano, per l’incontro culturale fra teologia e società. Insegna alla Pontificia Università Gregoriana, facoltà di Scienze sociali, ed è impegnato nella “sovrintendenza” della basilica di San Pietro al fianco del cardinale Mauro Gambetti. Ma padre Occhetta, gesuita, è anche uno studioso di diritto, oltre che un teologo morale. E conosce perciò il peso che i concetti di vendetta, o di pena esemplare, assumono nel discorso pubblico.
Conosce bene anche il valore e il senso della giustizia riparativa, padre...
Sì, ho cercato di offrire un contributo nella fase di elaborazione che ha preceduto la scrittura vera e propria dell’ultima riforma penale. Non ho fatto parte delle commissioni di studio che l’allora ministra Marta Cartabia ha istituito per definire materialmente le norme sulla riparazione, ma ho cercato di segnalare i valori che sono alla base di quella scelta legislativa. Parliamo di un’opportunità che può davvero incidere in positivo, sul nostro modo di stare insieme. Il messaggio che la giustizia riparativa contiene può trasformarsi in un paradigma riconciliativo, e dunque positivo, per la comunità.
Ecco, forse è esattamente la “medicina sociale” di cui un Paese come l’Italia oggi ha bisogno. L’odio sembra un catalizzatore che neutralizza tutte le tensioni sociali positive: dalla partecipazione alla politica all’attenzione per le fasce più deboli. Anziché impegnarsi per cambiare, sembriamo persi dietro l’odio, magari dietro gli sfoghi con cui lo esprimiamo sui social. E così?
Parto da una definizione: l’odio è un buco nero. Sottrae armonia, la prosciuga, e così toglie ciò che è necessario per vivere.
Indebolisce chi lo coltiva dentro di sé...
E inizia dalle parole. Odio, etimologicamente, indica separazione. Le parole d’odio scolpiscono il mondo e inghiottono le parole buone, come un buco nero, appunto. Il punto è che l’odio sollecita il pathos e mortifica il logos. E, a proposito di quanto lei diceva sugli effetti socialmente mortiferi dell’odio, sull’inquinamento del discorso pubblico, ebbene la prevalenza, generata dall’odio, del pathos, dell’istinto, sul logos, è esattamente il passaggio decisivo, perché il discorso pubblico ha invece bisogno proprio di logos, che è anche capacità di sopportare l’odio.
L’odio è anche pena esemplare, definitiva...
C’è un archetipo che definisce con chiarezza la questione: Caino e Abele. Caino non colpisce lo straniero ma il fratello, e ci spiega dunque perché odiamo: perché vogliamo tenere tutto per noi. Il teorico vantaggio a cui guarda Caino è poter essere l’unico erede di suo padre. Ma si autocondanna alla solitudine. Qui interviene però un atto divino che rovescia completamente lo schema.
Ovvero?
Dio non infligge a Caino una pena proporzionata all’atroce delitto, ma gli offre un cammino di riabilitazione. E così, cosa meno nota, il fratricida diventerà padre di una generazione e costruttore di una città. Non dobbiamo arrenderci, né piegarci rassegnati dinanzi alla scintilla dell’odio: abbiamo forza necessaria per trasformarla in pace.
Oggi è dura: c’è una massa sterminata di parole d’odio che imperversano sui social. Disinnescare questo circolo vizioso è complicatissimo...
È un contesto in cui chi subisce odio, con le parole o con i gesti, tende a rispondere con altro odio ancora, a moltiplicarlo, e a far prevalere il pathos, l’accecamento.
E come ne veniamo fuori?
Dobbiamo invertire la logica. Non rispondere al male con il male ma con una proporzionalità di bene, attraverso passaggi che consentano di uscire dalla spirale.
E rieccoci alla valenza rigeneratrice della giustizia riparativa, giusto?
Partiamo dal fatto che bisogna guardare la realtà. E capire che uno sprazzo di umanità può riportare la luce. Innanzitutto, dobbiamo renderci conto che non serve vendicarsi, non ha nessun senso. E non hanno senso le pene esemplari.
Che invece sono oggi una droga collettiva...
Le pene esemplari consolidano l’odio, lo moltiplicano. Ma se tu t’illudi che per fare giustizia devi uccidere, in senso proprio o in senso lato, non ti rendi conto che uccidi una parte di te, e che così non c’è futuro.
Un terzo degli italiani è favorevole alla pena di morte...
Secondo il Rapporto Censis di due anni fa, la percentuale è anche un po’ più alta, il 38 per cento. Ma è un male che non dà rimedio.
Uccidere non risarcisce...
No. Ti condanna a vivere da morto.
E qual è la strada per risorgere? Cioè per trovare giustizia senza uccidere?
Già Seneca ci insegna che se vuoi vivere secondo un paradigma di responsabilità, devi essere capace di sopportare l’odio. Il logos dunque deve opporsi al pathos, deve essere più forte.
Anche nella dialettica politica. Ne parla Paola Binetti nel suo ultimo libro, Elogio della moderazione nella moderna dialettica politica...
Nel confronto politico, certo. E nella giustizia. A proposito di libri, in uno che ho pubblicato un anno fa, Le radici della giustizia, mi occupo appunto di giustizia riparativa, e dell’alternativa alla giustizia affidata alla spada, alternativa che va trovata nell’ago e nel filo, in ciò che può ricucire gli strappi sociali.
E di questo lei ha cercato di persuadere chi, con Marta Cartabia, ha inserito per la prima volta nel codice penale il concetto e l’istituto della riparazione. Nell’allora ministra, avrà trovato una straordinaria alleata, visto quello che, sulla materia, Cartabia aveva prodotto già prima di arrivare a via Arenula...
Considerato il mio ruolo, non era il caso che intervenissi direttamente nelle commissioni ministeriali, ma ho tentato di dare una mano nell’individuazione del paradigma culturale a cui ancorare quella riforma. D’altronde, la giustizia riparativa è un’idea culturale prima che giuridica. Si tratta di un percorso oggettivamente agli antipodi di un modello di giustizia penale puramente retributivo. E ora che la riparazione fa parte del sistema, credo molto dipenderà dal contributo che può arrivare dagli avvocati.
A cosa si riferisce esattamente?
Da alcuni settori dell’avvocatura è stato espresso un certo scetticismo, rispetto all’introduzione dei percorsi riparativi. Il che però rischia di radicare il sistema penale proprio in quell’esclusiva concezione retributiva da cui invece vorremmo affrancarci. E qui arriviamo alla valenza rigeneratrice che quest’idea di giustizia può trasferire al complesso delle relazioni sociali.
La giustizia riparativa come paradigma con cui stemperare l’odio...
Se questo modello comincia a essere sostenuto, rivendicato, promosso, anche dagli avvocati, si può contribuire a stemperare l’odio che sembra comprimere la società. Possiamo creare una valvola in un sistema che è come una pentola a pressione: rischia davvero di saltare per aria. Lo studioso che della restorative justice è considerato il padre, Howard Zehr, ne dà la seguente definizione: “La giustizia riparativa è un modello di giustizia che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo”.
Promuovere riconciliazione e senso di sicurezza collettivo, non semplicemente realizzare una riparazione per quel singolo, specifico reato: chiarissimo...
E questo è un traguardo accessibile a una società che sia soggetto attivo e non semplicemente oggetto, com’è invece avvenuto con il processo a Gesù. Ce lo insegna Gustavo Zagrebelsky. Quando la società si limita a ridursi a oggetto, la parola d’odio prevale e si arriva a condannare anche il giusto.
Gesù si fa carne per salvarci, l’innocente che ancora oggi è condannato senza motivo è un agnello sacrificale...
La dinamica del processo a Gesù è quella di una massa indistinta che condanna il giusto: non potevi non accorgerti che lo era, ma se una società è oggetto di parole d’odio può avvenire di tutto. Gli innocenti ancora oggi condannati sono appunto i poveri cristi, e diventano i capri espiatori di un odio che colpisce alla cieca.
In un quadro in cui invece la giustizia riparativa arrivi a spezzare la catena d’odio alimentata dalla “giustizia vendicativa”, gli avvocati possono essere la voce di questa svolta rigeneratrice?
Gli avvocati possono essere assolutamente percepiti come portatori di un’idea di riconciliazione. Il loro ruolo in realtà è nella ricostruzione del bene comune spezzato, prima ancora che nella tutela dell’interesse di una parte. La funzione dell’avvocato coincide innanzitutto con un interesse pubblico di riconciliazione. Ma sono le parole l’architrave di tutto. Anche quando si tratta dei processi e in particolare del ruolo che spetta all’avvocato. In un giudizio si entra magari con parole di conflitto, di attacco, ma si può cambiare anche qui linguaggio, guardare al logos, usare parole che costruiscano ponti, e la scena cambia completamente.









