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di Enrico Deaglio


Venerdì di Repubblica, 20 marzo 2020

 

Quando tutto ciò finirà - sì, ma quando? - i sopravvissuti racconteranno le mille storie del tempo del primo Coronavirus. Temo che gli "avvenimenti di Modena" saranno dimenticati; resteranno comunque, grazie a questi annali. Dunque, le cose precipitarono domenica 8 marzo 2020, alla notizia delle misure restrittive del governo; in 27 penitenziari ci furono proteste, per il timore del contagio, per le condizioni di vita, per la sospensione dei colloqui con i famigliari.

Gli episodi più gravi avvennero nel carcere S. Anna di Modena (aperto m1991, pensato per 369 posti, ma occupato da 548 detenuti). La tv mostrò incendi e colonne di fumo, i cronisti parlarono di locali devastati, di scontri con le guardie, di feriti. Poi giunse la notizia di un morto. Poi, di due. Passò la notte e i morti erano diventati tre. Poi, di un balzo, sei.

Tutti i detenuti vennero trasferiti in altre carceri. Tre feretri furono fatti uscire tra due spaventate e minacciose file di poliziotti in tenuta antisommossa più mascherina. Alcuni, probabilmente famigliari, erano lì per chiedere notizie. Un breve filmato mostra un battibecco tra un poliziotto in borghese e un maturo signore. Si coglie solo la frase, in pesante accento emiliano: "Allora aveva ragione Hitler che li mandava tutti nelle camere a gas".

Ma non era finita. Nei giorni successivi, si apprese che altri detenuti erano morti, in altre carceri; ma erano sempre quelli di Modena, trasferiti. La cifra finale, denuncia la Camera Penale di Modena, "lascia sgomenti": tredici morti. Sicuramente un record per l'orribile sistema carcerario italiano, che pure ha conosciuto le raffiche di mitra alle Murate di Firenze (1975), la strage nel carcere di Alessandria (1974), il massacro nel carcere di Poggioreale durante il terremoto del 1980, le torture nel carcere di Bolzaneto nel 2001, i misteri dell'Ucciardone e del 41bis.

Una settimana dopo ancora non si sapeva quasi nulla. Chi erano i detenuti, di che nazionalità, di che età, per quale reato erano in carcere? Erano morti per botte, coltellate, spari? No. Secondo i responsabili del penitenziario, "ufficiosamente", i tredici sarebbero morti per un'overdose di metadone, il succedaneo dell'eroina legalmente usato per alleviare le crisi di astinenza dei tossicodipendenti.

Per legge, il metadone in carcere è conservato in bottiglie da un litro nella cassaforte dell'infermeria e viene distribuito, alla bisogna, in bicchierini di plastica da personale autorizzato. Si lascia quindi pensare che un gruppo di detenuti abbia forzato la cassaforte (o se la sia fatta aprire) e abbia bevuto il metadone a garganella.

Perché? Nessuno lo sa, ma si può pensare a una sorta di ebbrezza di libertà, o a una pulsione suicida. Ma, dicono gli esperti, il metadone raramente provoca overdose negli adulti, e tantomeno a scoppio ritardato. E quindi forse è stato un mix di farmaci. Si potrà sapere solo dopo i risultati della perizia tossicologica, tra cinque o sei mesi. Ma chissà se avremo tempo per questa storia, tra cinque o sei mesi.