di Federico Berni
Corriere della Sera, 20 novembre 2025
I magistrati: “Disumana indifferenza”. Il calcio, la palestra per rafforzare un fisico ancora mingherlino, la scuola. E quel vizio di “alzare le mani” e darsi pose da “maranza”, da “gente dei quartieri difficili”, che sembra stridere con il loro retroterra di ragazzi cresciuti giocando a “Fortnite” e frequentando l’oratorio estivo nella periferia tranquilla di Monza. Eppure sarebbero stati pronti a “colpire di nuovo”, dopo aver quasi ucciso un ragazzo poco più grande di loro, “indifferenti all’altrui sofferenza” secondo quanto emerso dalle ultime novità investigative. Chi li ha visti dopo che la polizia ha bussato a casa loro per eseguire un ordine di carcerazione per tentato omicidio, ha notato in alcuni di loro un’evidente vulnerabilità, pelle e ossa in tuta e ciabatte, lo sguardo basso.
Hanno ridotto in fin di vita un 22enne studente della Bocconi a calci e pugni, colpendolo con due coltellate che gli hanno provocato danni irreversibili, rendendolo con alta probabilità invalido per il resto dei suoi giorni. I magistrati parlano di “disumana indifferenza”, e peraltro, da quanto risulta dagli atti dell’inchiesta e dalle intercettazioni, erano anche pronti a “cimentarsi nuovamente”, nello “sfogare” quella loro violenza “gratuita” per portarsi a casa la prossima volta più di una banconota da 50 euro (il bottino della rapina allo studente ndr). E di quei propositi di altre violenze in stile “arancia meccanica” ne parlavano tra loro, coi poliziotti a pochi metri di distanza che li registravano.
I fatti risalgono al 12 ottobre, durante un’uscita serale da Monza nei locali della zona di corso Como, uno dei poli del divertimento milanese, per festeggiare il compleanno di uno dei tre minorenni del gruppo. Quella sera sarebbero stati respinti all’ingresso da qualche club, ed è finita con un brutale pestaggio, sfociato quasi in omicidio. Vicenda che gli indagati sono riusciti a rendere ancora più grave, con i commenti intercettati dalla polizia nella sala d’attesa della Questura di Milano, quando si auguravano che il ferito morisse (“se serve vado a staccargli i cavi”) o si vantavano delle loro gesta (“Io anche voglio vedere il video, voglio vedere se ho picchiato forte”).
I cinque ragazzi ripresi nel video di un impianto di videosorveglianza mentre picchiano potranno dare la loro versione al gip. Due hanno 18 anni, gli altri 17. Sono tutti di Monza, figli di quello che una volta si sarebbe chiamato ceto medio, anche se oggi certe categorie sono più sfumate. Uno dei 17enni, figlio di un agente di commercio, studia al Mosè Bianchi, un istituto che contempla vari indirizzi didattici, senza particolari sofferenze scolastiche (giusto un debito recuperato in estate). Un altro gioca a calcio in una società sportiva monzese e vive in un elegante condominio (il padre sarebbe un bancario), dove la famiglia è chiusa a riccio. Il terzo vive a poche centinaia di metri in linea d’aria. Anche lui cresciuto frequentando l’oratorio e giocando ai videogame, ma, ricordano sempre i giovani della stessa zona, con il vizio di menare le mani (“un bullo”). I parenti tutelano la loro privacy.









