di Stefano Petrella*
levantenews.it, 6 gennaio 2024
Ieri mattina una delegazione del Partito Radicale composta da Stefano Petrella, Angelo Chiavarini e Luca Robustelli accompagnata dall’avvocato Piero Casciaro (rappresentante di Aiga), dal Consigliere Regionale Pippo Rossetti (Azione) e dal Sindaco di Casarza Ligure Felice Stagnaro si è recata presso la Casa di Reclusione di Chiavari.
Ci hanno ricevuti con grande cortesia e disponibilità il Comandante Stefano Bruzzone, l’educatrice Patrizia Giai Levra e la nuova Direttrice Darlene Perna, e proprio quest’ultima è la grande e importante novità perché con l’arrivo di nuovo personale le carceri liguri tornano dopo anni ad avere tutte un direttore di ruolo (ad esserne sprovviste erano Chiavari, La Spezia e Imperia). Eravamo stati nei giorni scorsi anche a Sanremo (il 22-12) - Marassi e Reparto detentivo dell’Ospedale San Martino (28-12) - Pontedecimo (30-12) e Imperia (3-1) nel giro di visite tenute in occasione delle festività in tutta Italia.
Chiavari non è il più rappresentativo della situazione generale, ma è anzi una felice e apprezzabile eccezione: piccolissimo e per anni al servizio del Tribunale di Chiavari come casa circondariale è sopravvissuto alla sua chiusura e completamente ristrutturato nel 2015 ha assunto le funzioni di Casa di Reclusione destinata a chi sconta pena o residuo pena entro i 5 anni e ha residenza in zona. Modeste le sue dimensioni: ha solo una sezione su due piani detentivi e un’altra più piccola divisa tra detenuti che fruiscono dell’art. 21 (lavoro esterno) e semilibertà.
69 detenuti su 52 posti di capienza regolamentare, 51 gli stranieri (più del 70%), 4 i semiliberi e 6 detenuti in art. 21, 31 i tossicodipendenti (8 in trattamento con farmaci sostitutivi) e una gran parte dei presenti si trova in carcere per reati connessi all’uso o al traffico di droghe, a ricordarci il peso di una legislazione proibizionista che ci regala da anni il primato europeo della presenza in carcere di tossicodipendenti e che sarebbe necessario modificare radicalmente; 2 gli educatori, 34 gli agenti presenti sui 38 previsti, 5 su 8 previsti gli ispettori e 5 su 11 i sovrintendenti; tra questi a far sentire di più la loro assenza a detta del comandante sono gli agenti.
Il regime è di apertura da mattina a sera, le celle sono in buone condizioni (ce ne sono da 2 e da 4, ma queste ultime rispettano poco la metratura prevista), docce e servizi igienici in buono stato, ma sprovvisti del bidet; oltre a una grata alle finestre delle celle al primo piano sono presenti pannelli che tolgono aria e non dovrebbero esserci; piccole le dimensioni dei passeggi e della palestra, come spazi di socialità sono utilizzati il refettorio e la biblioteca/mediateca fortemente voluti dalla Dottoressa Penco anni fa; pulita e bene attrezzata l’area medica con l’annesso gabinetto odontoiatrico; per quanto riguarda i corsi di studio sono una ventina a frequentare le superiori (il corso per grafico pubblicitario), un solo detenuto frequentava i corsi del Polo Universitario, ma di recente è tornato in libertà.
Non è garantita l’assistenza medica h 24, ma un medico è presente ogni giorno dalle 9 alle 23, sono 4 i medici che si alternano, il Ser.T. accede una volta a settimana, appare buono il rapporto con l’ASL, il dirigente medico è la Dottoressa Secchi, ma non si tratta di una figura presente in istituto come era sempre stato fino a poco tempo fa e gli operatori chiedono giustamente che torni ad essere tale.
Un punto controverso è il divieto di cucinare in proprio stabilito anni fa, i detenuti hanno a disposizione una piastra a induzione (che evita i rischi creati dal fornello), ma possono utilizzarla solo per scaldare cibi già confezionati, per questo era stato realizzato il refettorio, organizzata al meglio la cucina e scelto con grande attenzione il cuoco tra i detenuti; la qualità del vitto fornito però - nonostante i nuovi appalti che lo separano dal sopravvitto - è scadente e la cifra stabilita per garantirlo del tutto inadeguata (circa 3,50 euro pro capite al giorno), una parte dei detenuti chiede di poter tornare a cucinare in proprio.
Un problema in cui ci imbattiamo è quello delle residenze in carcere a cui i condannati hanno diritto in base all’art 45 (comma 4) della legge di ordinamento penitenziario e contestualmente al rinnovo o al rilascio di un documento: molti comuni non lo riconoscono e soprattutto si oppongono al rilascio del documento, che al detenuto è necessario per poter avere accesso alle misure alternative, su questo a Chiavari ci sono problemi e la situazione è difficile in tutta la Liguria.
Un altro è quello dell’attività interna per cui sono decisamente pochi gli spazi, la nuova Direttrice pare orientata ad incrementarla e a reperirne di nuovi per avviare attività lavorative che al momento non sono presenti, ci auguriamo possa riuscirci. L’istituto aveva fino a qualche anno fa una ventina di detenuti che uscivano in art. 21 o semilibertà e ha buoni rapporti con il Comune di Chiavari e altri del territorio, l’obiettivo dovrebbe essere secondo noi di tornare a quei numeri e possibilmente superarli.
In questo modo si giustifica il suo mantenimento in esercizio e viene da pensare che altri piccoli istituti che soffrono di carenza di spazi come Imperia visitato due giorni prima potrebbero offrire condizioni vivibili se provvisti di maggiori possibilità di accesso al lavoro esterno, mentre riteniamo del tutto da respingere l’idea di sostituirli con nuovi istituti realizzati lontano dall’abitato come l’infelice esperienza di Sanremo (che qualcuno vorrebbe replicare in Valbormida) purtroppo dimostra.
*Membro del consiglio generale del Partito Radicale










