di Vanessa Roghi
La Repubblica, 31 agosto 2026
Domandare rappresentanza e spazio per chi non ne ha è una battaglia di uguaglianza che non danneggia altre giuste lotte. Stavo ancora finendo di fare, mentalmente, l’elenco delle cose che non condivido, nel merito e nel metodo, riguardo al dibattito sul woke per come si è sviluppato su questo giornale nelle settimane scorse, da Conte a Renzi, da Valerio a Cornelio, quando il 25 agosto Travaglio, dalle pagine del Fatto quotidiano, se ne è uscito con un attacco contro la stessa Valerio così scomposto da ricordarmi in un istante, senza bisogno di grandi esempi, perché sia tutt’altro che superata la necessità di essere woke, cioè attenti, proprio a partire da quel linguaggio che spesso viene indicato come l’ultimo dei problemi.
In quel pezzo Travaglio definiva “la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio” come “una colata di piombo”. Ora questo è stato a lungo tipico: trasformare una donna che prende parola in una figura ridicola. È accaduto a Laura Boldrini, è accaduto a Michela Murgia, a Vera Gheno, guarda caso sempre quando parlavano di linguaggio e di diritti. Accadeva negli anni Settanta alle donne del movimento femminista che non a caso avevano inaugurato sul mensile Effe una rubrica dal titolo Un antifemminista al mese, dove si analizzavano i discorsi ostili e misogini di insospettabili (vedere per credere, è tutto online).
Grazie a Travaglio, dunque, la discussione sul woke appariva improvvisamente utile per un’eterogenesi dei fini che francamente non mi aspettavo, date le premesse squisitamente politiche da cui è scaturita (come notava Massimo Giannini, la polpetta avvelenata sul piatto di Elly Schlein). Mentre da un mese c’è chi si chiede se l’attenzione al linguaggio, agli stereotipi, alle discriminazioni abbia prodotto eccessi, e chiaramente la proporzione fra quelli che può aver prodotto e la violenza del potere patriarcale è sotto gli occhi di tutti, basta pochissimo perché riemerga, intatto, quel linguaggio “rimpianto”, di quando si poteva dire tutto. Quando una donna che prendeva troppo spazio poteva essere pazza, isterica, da neuro; e tutto questo veniva chiamato polemica, magari pure divertente.
Tornando al dibattito mi pare che su queste pagine in molti siano stati concordi nel dire che un po’ di woke va bene, ma non esageriamo. E grazie a Massimo Giannini e aLuigi Manconi che hanno detto meglio di cosa dovremmo parlare: ma quando mai abbiamo esagerato? Di cosa stiamo parlando? Giulia Blasi, giornalista femminista, ci ha ricordato come “il woke”, trattato come un movimento unitario, sia in gran parte una costruzione dei suoi avversari. Una parola nata dentro la cultura e le lotte antirazziste afroamericane, progressivamente risemantizzata fino a diventare un contenitore nel quale infilare tutto ciò che viene percepito come un’indebita invasione da parte di chi prima avrebbe dovuto aspettare educatamente il proprio turno per parlare.
Il femminismo, l’antirazzismo, i diritti delle persone Lgbtqia+, la riflessione sul linguaggio, la critica del canone, la richiesta di una maggiore rappresentazione di persone che storicamente ne sono state escluse. Messe tutte insieme queste cose diventano “woke”. Per chi non le condivide o le osserva dal di fuori, ma prese una per una sono battaglie diverse, che possono incontrarsi o andare ognuna per la sua strada, come infatti è accaduto. Non esiste un movimento woke. Sarebbe come immaginare un movimento progressista, qualunque sia il senso che attribuiamo a questa parola (come del resto a woke).
Igiaba Scego è stata fra le prime a notare come anche questa discussione risponda a un meccanismo già visto sul modo in cui il dibattito americano viene importato da noi: a cominciare dalla famosa frase Woke is wack, che in realtà non è di Alexandria Ocasio-Cortez: nell’intervista ad ABC del 9 agosto AOC riprende un’espressione del consigliere comunale di New York Chi Ossé e riflette su cosa si deve fare oggi dopo una fase storica ormai superata, una fase precisa della politica statunitense, nella quale una stagione importante di consapevolezza sul carattere sistemico delle discriminazioni avrebbe finito, in alcuni casi, per perdere radicalità scivolando nel purismo, nella censura e in battaglie linguistiche fini a sé stesse.
Ma da noi? Pensiamo davvero che il woke si esaurisca nell’usare lo schwa in qualche circolare, mentre aumenta ogni giorno l’intolleranza verso le persone trans e non possiamo parlare di genere a scuola, genere come lo intendeva nel 1973 Elena Gianini Belotti, non qualche università del Kansas oggi. Mentre la GPA è reato universale e si continua a dire che è un capriccio delle coppie gay e non l’ultima spiaggia anche per le coppie eterosessuali. Mentre non abbiamo ancora una legge sulla cittadinanza e le persone razzializzate continuano a essere pochissimo rappresentate nei luoghi in cui si decide e si discute, anche in questo dibattito, fateci caso.
E soprattutto non si capisce perché diritti civili e diritti sociali debbano essere messi ancora una volta in concorrenza. Un vizio antichissimo nella storia della sinistra: Clara Zetkin dovette battersi perché la specificità dell’oppressione femminile trovasse organizzazione autonoma dentro il movimento operaio di fine Ottocento. Così come vizio antico e ricorrente è la pretesa di parlare a nome di tutti. Andiamoci a rileggere quello che Sojourner Truth disse alla Convenzione per i diritti delle donne di Akron nel 1851, quando chiese “Ain’t I a Woman?”, non sono anche io una donna? O lo sono solo le donne bianche. E potremmo fare altri esempi, storie diverse, attraversate però da una domanda comune: chi può parlare per chi? Il movimento delle persone con disabilità l’ha condensata in una formula perfetta: “niente su di noi senza di noi”.
È una questione di spazio e di potere. E non è una semplice questione di identità o di egoismo ma un’assunzione di responsabilità. Quando il femminismo ci ha insegnato che il personale è politico non ci ha detto che il nostro orticello è il più importante di tutti. Ci ha insegnato che l’io modifica il noi, che nessuno parla da un luogo neutro e che proprio per questo nessuno può pretendere di parlare a nome di tuttә. C’è una parola bellissima che ci permette di liberarci proprio da questa gerarchia delle priorità: intersezionalità.
Non viene prima il lavoro e poi il cosiddetto politicamente corretto. Non viene prima la classe e poi il genere. Non vengono prima i salari e poi la lotta contro il razzismo. Su questo mi sembra particolarmente utile l’intervento di Oiza Q. Obasuyi, studiosa di razzismo sistemico e migrazioni. Chi dice “basta woke, pensiamo ai lavoratori”, osserva Obasuyi, dovrebbe prima chiedersi chi siano oggi i lavoratori e le lavoratrici. Ci sono lavoratrici e lavoratori migranti per i quali il lavoro, il permesso di soggiorno, l’accesso alla cittadinanza e l’esposizione al razzismo istituzionale non sono problemi separati da mettere ordinatamente in fila. Sono condizioni che si determinano a vicenda. Per molte persone straniere il diritto al soggiorno e quello al lavoro sono concretamente intrecciati, e la precarietà dell’uno può aumentare la ricattabilità nell’altro. Ecco perché contrapporre diritti sociali e diritti civili non è soltanto politicamente discutibile ma rischia proprio di impedirci di vedere come funziona in concreto la disuguaglianza.
Naturalmente il sistema economico in cui viviamo è perfettamente in grado di trasformare in un brand ogni battaglia, persino quelle nate per contestarlo. Jennifer Guerra su questo ha scritto Il femminismo non è un brand, leggetelo è molto chiaro. Ma, ci ricorda Guerra, la capacità del mercato di appropriarsi di una rivendicazione non dimostra che quella rivendicazione sia sbagliata.
Come ha osservato Andrea Fabozzi intervenendo su questo dibattito su Il manifesto, non ci sono battaglie da abbandonare. Anche perché, e questo riguarda l’ambito che ho più a cuore, cioè quello educativo, come ha notato Simone Giusti, docente di letteratura italiana a Siena: che cosa facciamo quando le condizioni economiche ci permettono possibilità di intervento limitate? Quando ci rendiamo conto che non possiamo subito abbattere il neoliberismo ma intanto possiamo rendere migliore la vita delle persone che abbiamo vicine? Continuiamo a comportarci come si è sempre fatto in attesa che sorga il sol dell’avvenire o lavoriamo in tutte le direzioni?
Un altro vizio antico: quando il maestro Mario Lodi rivoluzionò dall’interno la vita nelle sue classi fu accusato di tradire le battaglie grandi per quelle piccole, di essere un kennediano, oggi si direbbe woke. Le persone sono tutte intere, lo scriveva Luigi Manconi, vorrei ribadirlo: sono fatte di desideri e di corpo, di storia e di speranza. Per questo ieri come oggi vogliamo il pane, ma anche le rose. Tutto qui.









