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di Linda Laura Sabbadini

La Repubblica, 10 settembre 2022

È in gioco la coesione sociale del Paese. E se avanza la disgregazione sociale, la rabbia, la delusione, è a rischio anche la nostra democrazia. Due shock come quelli che abbiamo subito negli ultimi due anni accadono raramente, così ravvicinati. Ma i due shock hanno effetti più drammatici se si innestano su un terreno di già alte diseguaglianze. L’Italia era più vulnerabile della gran parte degli altri Paesi europei alla vigilia del Covid e anche della guerra. E questo ha impedito che le diseguaglianze diminuissero, nonostante l’intervento consistente dei governi che si sono succeduti. Anzi è facile prevedere che cresceranno ulteriormente.

Nel 2020 la pandemia, nel 2022 la guerra. Dal primo shock ci stavamo appena rialzando, con le misure adottate dagli ultimi due governi. L’occupazione era istantaneamente crollata nel 2020, specie nella componente precaria e in particolari settori più esposti, ma poi è stata recuperata dalla seconda metà del 2021 fino ai primi mesi del 2022. Ed ecco che interviene la guerra scatenata dalla Russia ad aggravare la situazione. Nel primo caso la crisi è stata più selettiva, ha colpito più certi settori economici che altri, più certi segmenti di popolazione di altri, come donne e giovani. E ha lasciato il segno con l’aumento della povertà nel Sud del Paese.

Nel secondo caso più estesa è stata la platea colpita dall’aumento notevole dei prezzi dei prodotti energetici e alimentari, e anche grave l’entità del danno per cittadini e imprese. Ma dobbiamo guardarci indietro. La povertà era raddoppiata nel 2012 e da quel momento non era mai diminuita tranne nel 2019 con un piccolo calo, a causa dell’introduzione del reddito di cittadinanza, avvenuta a scaglioni nella seconda metà dell’anno.

Poi, nel 2020, un milione di poveri in più. Gli interventi massicci del governo hanno fatto sì che la povertà non aumentasse ulteriormente nel 2021. È rimasta stabile, crescendo al Sud e diminuendo al Nord. Sta di fatto che dal 2011 al 2021 abbiamo più che raddoppiato i poveri assoluti, triplicati tra i minori (14,5%) e raggiunto 5 milioni 600 mila poveri assoluti in totale.

Sono lontani gli anni 90, quando dopo la recessione, dal 1995 comincia a crescere l’occupazione soprattutto femminile ininterrottamente fino al 2008. Crollo dell’occupazione nel 2009 e poi nel 2013 e ancora nel 2020. Un passo avanti e tre indietro. Diseguaglianze strutturali.

Dobbiamo essere coscienti che la battaglia contro le diseguaglianze deve diventare un asse strategico delle politiche future, molto, ma molto di più di quanto non sia stato fatto in passato, quando si è affrontata solo in emergenza. E questo perché il nostro Paese ha una grande fragilità, l’alto livello di diseguaglianze strutturali, che mette in discussione quella coesione sociale che ha sempre retto e potrebbe venir meno. E ostacola la crescita. Qualunque governo si formerà avrà questo nodo fondamentale da sciogliere.

Se non sapremo fare questo cambiamento di paradigma come Paese, si aprirà lo spazio per la rabbia, la protesta dura, la disperazione, la violenza da parte di ampi settori di popolazione. Diminuirà anche la cittadinanza attiva. E tante persone diventeranno più facilmente manipolabili. Con gravi conseguenze per tutti, in primis per chi sta peggio. E soprattutto per la nostra democrazia.

Parole sagge e di monito, come sempre, quelle del Presidente della Repubblica Mattarella in Macedonia: “Non si può arretrare dalla trincea della difesa dei diritti umani, e dei popoli, e per evitare fragilità e cedimenti dovremo rafforzare la nostra coesione interna anche mediante misure che possano alleviare i costi elevati che le nostre economie dovranno sopportare.” Parole che seguono allo splendido discorso di insediamento sulla importanza della difesa della dignità delle persone.

Costruire solidarietà sociale, rafforzare il terzo settore, diminuire davvero le diseguaglianze nella formazione, nel lavoro, nella sanità, di genere, di generazione, territoriali. E anche quelle tra imprese. Di questo abbiamo bisogno, se vogliamo difendere le condizioni di vita dei cittadini e la nostra democrazia.