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di Patrizio Gonnella

Il Manifesto, 20 maggio 2026

Secondo il rapporto annuale di Antigone, le prigioni italiane versano in condizioni disumane: 8 mila detenuti in più in 4 anni. Celle allagate o sporche. Corridoi con rifiuti e cibo per terra. Celle lisce, che nel gergo penitenziario significa spazi oscuri dove accadono cose brutte. Agenti infiltrati nelle prigioni, gestione parallela della sicurezza affidata alla Polizia penitenziaria, svilimento del ruolo di direttori ed educatori, chiusura del carcere alla società civile, migliaia di detenuti murati nelle celle, decine di detenuti morti per cause restano perennemente da accertare, abuso dello strumento disciplinare e dell’isolamento in tutte le sue forme, celle sovraffollate oltre il limite della sopportazione. E ancora. Raddoppio in un anno del numero dei bimbi in carcere con le loro mamme; triplicazione dal 2022 del numero delle persone soggette a regime di vita chiuso.

Sono questi alcuni squarci drammatici del Rapporto periodico di Antigone sulle condizioni di detenzione non a caso intitolato Tutto chiuso, frutto di oltre cento visite svoltesi nel 2025. Questo è il carcere ai tempi del governo Meloni. Un sistema penitenziario in profonda crisi di umanità. Dal 2022 a oggi i detenuti sono cresciuti di ben 8 mila unità, nonostante siano tendenzialmente stabili tutti gli indici di delittuosità. Come è potuto accadere? Il mantra repressivo, securitario e vendicativo prodotto da un’alleanza politica tra alcuni sindacati autonomi della Polizia penitenziaria e le componenti più reazionarie del governo ha devastato il sistema penitenziario italiano. Il detenuto è trattato come un nemico da contenere, neutralizzare, tenere ben chiuso in cella. La retorica rieducativa si è andata lentamente spegnendo. Il Rapporto certifica come nel corso del 2025 sono in calo le persone che scontano le misure alternative dell’affidamento in prova al servizio sociale e della detenzione domiciliare. Eppure giacciono nelle galere italiane circa 25 mila detenuti con una pena residua da scontare al di sotto dei tre anni e che ben avrebbero potuto avere accesso a una misura diversa dal carcere.

Dal 2022 le porte delle celle e quelle delle prigioni sono chiuse a tripla mandata. Il 60% dei detenuti vive in un regime penitenziario chiuso, ossia trascorre buona parte della giornata in cella a oziare. E sempre meno persone riescono a lavorare all’esterno. Dall’inizio della legislatura sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati, più di 60 nuove aggravanti, 65 inasprimenti sanzionatori. Un’orgia securitaria. Le pene si allungano, i regimi interni di vita si induriscono in forma ideologica e disumana. Ne subisce le conseguenze anche il giovane rapper Baby Gang, da qualche tempo in carcere, che viene sottoposto insensatamente a un regime duro di sorveglianza particolare (in sostanza isolamento) perché troppo carismatico. Carisma mafioso? Macché. Carisma socio-musicale. D’altronde era lui che aveva scritto Cella 0, vero e proprio manifesto sociologico della selettività del sistema socio-criminale. Altro che rieducazione.

Il carcere fa male. il fallimento del sistema è certificato dai tassi di recidiva: solo il 40% dei detenuti è alla prima carcerazione. Storie di vita che si ripetono tragicamente, così come si vede anche dal numero altissimo degli eventi tragici, che si moltiplicano proprio nelle carceri più chiuse all’esterno. Un detenuto su cinque compie gesti autolesionistici. 106 persone si sono tolte la vita dal gennaio 2025 ad oggi, praticamente uno ogni 4-5 giorni. Se a Legnano o a Modica, cittadine con 64 mila abitanti si fossero ammazzati 106 cittadini negli ultimi 16 mesi saremmo tutti allibiti e chiederemmo una commissione di inchiesta dalla quale vorremmo sapere come può mai accadere che altre 50 persone, tendenzialmente giovani, siano morte senza che nessuno indaghi le cause. Il carcere di oggi è segregazione disciplinare nei confronti dei migranti (il 31% della popolazione reclusa), dei consumatori di droghe (un terzo dei detenuti), delle persone con disagio psichico, non di rado prodotto dalla stessa carcerazione. Il carcere fa mal al corpo e alla testa. Quasi metà dei detenuti fa uso infatti di sedativi o ipnotici. Si investe sempre meno nei progetti educativi e sempre più si puniscono i detenuti con l’isolamento disciplinare.

Il prossimo è l’anno che ci porta alle elezioni. Dopo quattro anni di decreti sicurezza, circolari che hanno stravolto la vita penitenziaria, messaggi truci rivolti dall’alto, dal Rapporto di Antigone arriva l’invito a sottoscrivere un piano Marshall perché si torni a un’idea condivisa di carcere costituzionale. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria potrebbe dare il buon esempio ritirando tutte le circolari che hanno chiuso il sistema. Potrebbe anche scriverne una nuova che autorizzi tutti i detenuti della media sicurezza a fare una telefonata al giorno ai propri cari durante la lunga estate calda italiana. Forse così potremmo contare a settembre qualche suicidio in meno.