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Ristretti Orizzonti, 14 aprile 2015

 

Chiedo un po' di rispetto per quello che è rimasto della mia famiglia

di Francesca Romeo, figlia di Tommaso, che sta per essere trasferito dalla sezione Alta Sicurezza di Padova a quella di Opera.

 

Buongiorno, mi scuso anticipatamente per il disturbo, ma chiedo un po' di rispetto per quello che è rimasto della mia famiglia... Sono la figlia di un detenuto, che verrà trasferito, per via della chiusura della sezione di Alta Sicurezza di Padova, e purtroppo verranno a mancare tutte le attività svolte nella sezione, che nel tempo hanno aiutato tutte queste persone, soprattutto mio padre Tommaso Romeo, a migliorare anche la propria condizione intellettuale psicologica e comportamentale, tutto questo comporta tanti problemi non solo al detenuto che dovrà reinserirsi in un nuovo ambiente, ma anche a noi familiari, ad oggi i famigliari di un detenuto sono penalizzati in partenza dalla società stessa che li addita li discrimina e li isola.

A pagare le conseguenze, oltre il detenuto stesso con la propria libertà sia personale che emotiva, strappato dalla propria famiglia, ed è una condanna che supera qualsiasi errore che un uomo possa fare, a pagare siamo anche noi figli che cresciamo senza un padre, senza una figura maschile che ci possa aiutare in ogni nostra difficoltà. Io personalmente ho dovuto fare a meno di questa figura importante, per la vita e la formazione di ogni bambino, da quando avevo un anno e ad ogni mio ostacolo non ho potuto avere il sostegno di un padre che mi aiutasse ad affrontare le problematiche che la vita ci riserva. Organizziamo ogni colloquio da una data all'altra con enormi sacrifici per non spezzare questo sottilissimo filo che ci unisce a loro e ci dà un minimo senso di famiglia, questo viaggio alimenta le nostre speranze, ma ci fa affrontare enormi sacrifici dovuti ai chilometri che ci separano. Questa lontananza non incide soltanto emotivamente ma anche economicamente, perché tutto questo ha un costo, fin troppo esoso... di conseguenza chiedo che sia possibile effettuare un ultimo colloquio, che dovrebbe avvenire giovedì 8 maggio presso le vostre sedi, in modo da non perdere almeno il denaro da me già speso per riabbracciare mio padre con enormi sacrifici, visto che abito a Reggio Calabria ed immagino che voi sappiate quanto sia distante, quello che invece è perso è il senso di famiglia che ormai non ho più da quando avevo un anno e ne sono trascorsi 23, rimango in attesa di vostre risposte, grazie.

 

Maledetta telefonata

 

di Tommaso Romeo, papà di Francesca

 

Sabato alle ore quindici entro nella stanza dove c'è il telefono. Ero un po' teso perché dovevo dire ai miei familiari che stavo per essere trasferito nell'istituto di Opera, Milano, mentre facevo il numero mi ripassavo nella mente tutto quello che dovevo dire, in quanto quei dieci minuti ogni volta volano come se fossero dieci secondi. "Pronto", come tutte le volte la prima a prendere il telefono è mia moglie, le dico "Ciao amore come stai? passami Francesca che devo parlarle". Non voglio dare la cattiva notizia a mia moglie, penso che mia figlia essendo giovane la prende meglio, mia figlia non mi dà il tempo di aprire bocca "Papà, ti stanno partendo". Le rispondo di sì e le domando come fa a saperlo, lei mi dice di averlo letto sul sito di Ristretti, sento che è tesa e per indorarle la pillola le dico "Sono stato fortunato, mi portano a Opera". Mia figlia ripete "Opera" sento mia moglie che le domanda "Dove lo hanno mandato", prendo fiato e dico "a Milano", e comincio a dirle "è un carcere nuovo, si sta benissimo", mia figlia mi risponde "papà, questa storia che si sta benissimo è vecchia". E mi informa che avevano già comprati i biglietti per venire a farmi il colloquio i primi di maggio a Padova, si dispera dicendomi che non le verranno nemmeno rimborsati, le suggerisco di chiamare il carcere e di spiegargli la situazione, che sicuramente troveranno un po' di umanità e ci faranno fare il colloquio. Una voce metallica si infila in mezzo a noi avvisandoci che sta per finire la telefonata, mi dico nella mia mente "di già, impossibile!", faccio in tempo a dire "passami mamma", con voce preoccupata mia moglie mi dice "non c'è pace per noi, quando arrivi telefona...". La telefonata si interrompe, tornato nella mia cella mi dò la colpa per non essere riuscito a tranquillizzare i miei familiari, e penso a quante ne hanno dovuto passare i miei cari in questi ventitré anni di carcere e ritorna in me la rabbia di molti anni fa.