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di Chiara Nardinocchi

 

La Repubblica, 28 marzo 2015

 

A 25 anni dalla fine del regime ciadiano, il tribunale di N'Djamena ha condannato a pene dai 15 ai 20 anni la maggior parte degli imputati per aver commesso violenze e abusi contro i civili, gli stessi che da tempo aspettavano giustizia. Un capitolo buio della storia del Ciad si è appena concluso. I giudici della corte suprema di N'Djamena hanno riconosciuto gli imputati alla sbarra colpevoli di brutalità commesse durante la lunga e sanguinosa dittatura di Hissène Habré detenuto in Segal in attesa del processo che lo vede accusato di crimini contro l'umanità.

Il passato dietro le sbarre. Tra i condannati eccellenti ci sono Saleh Younous, ex capo della Direzione di documentazione e direzione della sicurezza (Dds), la polizia politica di Habré e Mahamat Djibrine descritto nel 1992 dalla Chadian Truth Commission come uno dei "torturatori più temuti in Ciad". Entrambi dovranno passare tutta la vita dietro le sbarre. Stessa sorte ma con una formula diversa toccherà altri cinque imputati condannati ai lavori forzati, una pena che nell'ordinamento ciadiano per consuetudine viene sostituita con la detenzione. Gli altri dei 28 condannati sconteranno pene dai quindici ai vent'anni di carcere. Inoltre la corte ha stabilito che lo stato e i persecutori dovranno versare 75 milioni di franchi (pari a 125 milioni di euro) alle 7.000 vittime accertate che hanno fatto causa ai loro aguzzini ed erigere loro una statua commemorativa.

"Finalmente". Un sospiro di sollievo che certo non potrà cancellare gli otto anni, dal 1982 al 1990, del regime del "Pinochet d'Africa". Le vittime che nel processo hanno testimoniato le atrocità subite durante la feroce repressione del regime hanno festeggiato la sentenza della corte. "Finalmente - afferma Clément Abaifouta, presidente dell'Associazione delle vittime dei crimini di Hissène Habré che i tempi della sua prigionia è stato costretto a scavare le tombe di molti suoi compagni di cella - gli uomini che ci hanno brutalizzati e riso in faccia per decenni hanno avuto la loro giusta punizione. Il governo adesso deve attenersi alla decisione del tribunale e risarcire le vittime per ciò che hanno sofferto".

Un popolo in attesa. La sentenza è stata attesa per molti anni. Centinaia di ciadiani ogni giorno hanno seguito le udienze del processo in televisione. Gli imputati sono stati accusati di omicidio, tortura, rapimenti, detenzioni arbitrarie, aggressione e percosse. Accuse che le vittime avevano depositato già nel 2000, ma che la giustizia ciadiana aveva ignorato fino all'arresto nel 2013 dell'ex dittatore.

Altri condannati sono Nodjigoto Haunan, ex direttore della National security agency (Suretè Nationale) e implicato nella repressione contro il gruppo etnico Zaghawa e Khalil Djibrine, ex capo dipartimento della Dds, nel sud del Ciad durante la repressione del 1983- 1984. "Le condanne di oggi - sottolinea Reed Brody, consulente legale di Human Rights Watch che dal 1999 ha lavorato con le vittime di Habré - sono una splendida vittoria per le vittime di Habré. La condanna di funzionari statali per crimini contro i diritti umani non è solo una testimonianza della tenacia delle vittime, si tratta di un notevole sviluppo in un paese in cui l'impunità per le atrocità del passato è sempre stata la norma".