Nigrizia, 6 settembre 2025
Siguide Djimtoide è un attivista ciadiano delle opposizioni, che da mesi si trova in carcere senza che né lui né i suoi avvocati possano sapere di cosa è accusato. Ha subito torture e da settimane è detenuto in condizioni definite “disumane” nel più famigerato istituto penitenziario di massima sicurezza del paese, Koro Toro, due edifici nel cuore del deserto a centinaia di chilometri dalla città più vicina e ad anni luce dal rispetto di qualsivoglia diritto dei detenuti. Il carcere di Koro Toro è di per sé un insulto ai diritti umani. È una struttura di cui si chiede la chiusura o la completa ristrutturazione, da parte di diverse organizzazioni locali e internazionali che si battono per i diritti umani. La sola esistenza di Koro Toro nelle condizioni attuali rappresenta una violazione della stessa Costituzione del Ciad e dei numerosi impegni in termini di rispetto dello stato di diritto che il paese ha assunto con le istituzioni internazionali.
Peggio dell’inferno. La prigione è salita agli onori delle cronache a partire dal 20 ottobre 2022, quando centinaia di manifestanti arrestati durante quello che è passato alla storia come “giovedì nero” vi sono stati trasferiti e detenuti per mesi. Diverse persone, almeno 10 secondo quanto riportato dalla Ong Human Rights Watch (Hrw) in un suo rapporto dal titolo eloquente, Peggio dell’inferno, sono morte lungo il tragitto verso Koro Toro o dietro le sbarre. Il carcere è costituito in realtà da due strutture distanti circa un chilometro l’una dall’altra, Koro Toro 1, più vecchio e fatiscente, e Koro Toro 2. Entrambe sono isolate e prive di copertura telefonica.
Un carcere in mezzo al nulla dove si soffre un caldo estremo. Come spiegato a Nigrizia dall’attivista esperto di diritti umani Pyrrhus Banadji Boguel, la prigione si trova nella provincia di Borkou, nel centro del paese, a circa 700 chilometri di strada dalla capitale e circa 1.300 chilometri da altre città più grandi come Abechè, nell’est. Le condizioni climatiche estreme e la conformazione dell’area in cui si trova il carcere rendono l’accesso alla struttura molto difficile. Evadere è praticamente impossibile. A meno che non si voglia andare incontro a morte certa per fame o sete. “La semplice menzione di questo nome sinistro fa tremare più di un ciadiano a causa delle condizioni disumane che si vivono e dell’ostilità del clima”, afferma Boguel in riferimento a Koro Toro.
639 detenuti compresi 4 ragazzini. Nel carcere sono rinchiuse 639 persone, fra le quali quattro minori. Queste cifre sono verosimili ma va tenuto conto che molte delle persone che vengono portate in questa prigione vi arrivano al di fuori di ogni procedura. Il loro iter viene formalizzato mentre si trovano dietro le sbarre, in genere in occasioni di udienze itineranti”. Secondo HRW, sono detenuti anche presunti appartenenti alle milizie di gruppo ilamista Boko Haram, in condizioni di totale isolamento. I reclusi sono sottoposti a lavori forzati assieme e minorenni tenuti nelle stesse celle e alle stesse condizioni degli adulti.
Il difficile contesto ciadiano. La storia di Djimtoide non è un caso isolato. Per quanto sia difficile reperire numeri ufficiali, in Ciad si continuano ad arrestare o far sparire persone per ragioni che sembrano essere legate alla loro attività politica. Da oltre 100 giorni del resto, il leader delle opposizioni, l’ex primo ministro e candidato alla presidenza Succés Masra, si trova in carcere dopo essere stato condannato a 25 anni di reclusione con accuse che molti reputano politicamente motivate.
Gli impuniti che comunque restano al potere. Il paese si è lasciato alle spalle una transizione politica violenta, come ricordano diverse testimonianze di operatori umanitari sul campo - ma che non ha avuto conseguenze per chi ha manutenuto il potere, anche perché la cosiddetta evanescente “comunità internazionale” sembra ben poco interessata a ciò che succede in Ciad. E questo nonostante N’Djamena - capitale e sede del Governo - sia a lungo stata un’alleata chiave delle potenze occidentali nel mantenimento della sicurezza nel Sahel e nel bacino del Lago Ciad.
I forti legami con l’Eliseo, oggi affievoliti. Ma sempre parlando di transizione, sono in molti a sottolineare i forti legami tra la famiglia Déby e il governo francese, ex potenza colonizzatrice in Ciad. Un rapporto che spiega molto il forte sostegno di Parigi al passaggio dei poteri, dopo la morte di Idriss Déby nel 2021, culminato nel governo del figlio Mahamat Idriss Déby. Anche se quei legami si sono oggi affievoliti perché il Ciad ha disdetto l’accordo di difesa con la Francia, accompagnato dal progressivo allontanamento dall’influenza di Parigi nel Sahel.
Sparizioni continue. Solo negli ultimi mesi, secondo una stima dell’attivista Boguel, 12 attivisti sono stati incarcerati in circostanze riconducibili all’arresto extragiudiziario. Otto, dei giovani fermati per aver fatto proselitismo religioso cristiano nella capitale, sono stati rilasciati dopo oltre un mese di detenzione. Altri quattro attivisti restano invece in carcere. I casi di dissidenti o presunti tali che vengono fatti sparire per settimane e mesi per poi essere rilasciati si sono moltiplicati.
Il caso più noto è quello di Robert Gam. È il segretario generale del Partito socialista senza frontiere (PSF) rilasciato lo scorso giugno, dopo oltre otto mesi di prigione trascorsi in assoluta segretezza. Diversi altri elementi del PSF, fra i quali il segretario generale del partito Abakar Turabi, sono stati poi arrestati a febbraio 2024 e tenuti per mesi, anche loro, a Koro Toro senza che potessero comparire davanti a un giudice, fra i quali tre minorenni e alcune persone in precarie condizioni di salute.
In galera anche due banchieri. Ma si ricordano anche gli arresti dei banchieri Ismaël Ngakoutou e Bichara Ibrahim Kossi, liberati lo scorso novembre rispettivamente dopo cinque e un mese. Una vera epidemia di sparizioni, dunque, a cui non tutti i ciadiani vogliono abituarsi - scrive Nigrizia - come dimostra la storia di chi sta seguendo il caso di Siguide Djimtoide e le attività delle organizzazioni locali che reclamano il rispetto dello stato di diritto e degli impegni assunti dallo stato ciadiano.
La voglia di ammutolire il dissenso. Il presidente e maresciallo Mahamat Dèby Itno - si legge su Nigrizia - sembra voglia ammutolire completamente qualsiasi forma di dissenso e garantirsi lunga vita al potere. Il padre, Idriss Dèby, era rimasto alla guida del Paese per 30 anni, fra il 1991 e il 2021. È stata proprio la sua uccisione al fronte nell’aprile 2021 - questa è almeno la controversa versione ufficiale - ad avviare la transizione che è finita per consolidare il potere del figlio e con lui dei militari che da 50 anni governano il paese.
Le proteste spente nel sangue, con oltre 200 morti. Il consolidamento di Mahamat Dèby Itno al potere è passato per una serie di controversi passaggi istituzionali, un referendum per cambiare la Costituzione e infine le elezioni nel maggio 2024, contestate, come spesso quasi tutte le elezioni africane. Nel mezzo, diverse promesse infrante sul ritorno dei civili al potere e proteste spente nel sangue, con oltre 200 morti secondo organizzazioni della società civile locale.
Povertà e speranza di vita a 59 anni con 1 bambino su 4 che muore prima di 5 anni. Tutto questo avviene in un Paese dove quasi la metà della popolazione ha 15 anni, ma è letteralmente annichilito dalla povertà diffusa, con l’85% di analfabetismo e una speranza di vita che non arriva a 60 anni, secondo OMS. Soprattutto a causa delle profonde disuguaglianze e delle condizioni socio-economiche e sanitarie, a dir poco disastrose. La disponibilità di acqua potabile è limitata e la mortalità infantile è tra la più alta al mondo: con 1 bambino su 4 che non arriva a compiere i cinque anni.
Seguito sui social da 11mila persone. In un clima politico e sociale di questo tipo, il caso di Djimtoide appare emblematico, sottolinea Nigrizia. Geografo di formazione, specialista in risorse umane e formazione dei giovani, nasce nel 1988 nella città di Bodo, nella provincia meridionale del Logone orientale. L’attivista fa parte da alcuni anni del partito Les Transformateurs, la formazione guidata da Masra, e fino al momento della sua sparizione era anche l’animatore della pagina Facebook Révolutionnaire Tchadien, seguita da oltre 11mila persone. Djimtoide aveva anche un incarico come consulente per il comune di Doba, il capoluogo del Logone orientale. Nigrizia lo aveva intervistato più volte in Ciad e da remoto ed era in contatto con lui anche nei giorni immediatamente precedenti al suo arresto, che è avvenuto il 22 maggio nella sua città di residenza, la capitale N’Djamena.
La cronistoria. Da quel momento è iniziato il calvario dell’attivista. Calvario che secondo i suoi legali può prendere anche una definizione più precisa: “Detenzione extragiudiziaria, illegale e arbitraria”. Anche per questo gli avvocati hanno presentato il suo caso anche al Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e al Relatore speciale dell’ONU sulla libertà di opinione e di espressione.
Minacce anonime, un appuntamento e poi la sparizione. In effetti è utile iniziare col dire che Djimtoide non è stato propriamente arrestato. Dopo giorni di minacce telefoniche anonime e dopo essere stato invitato a un appuntamento da un non meglio identificato ex collega, l’attivista è semplicemente scomparso. Solo col tempo si sono potute acquisire le informazioni necessarie per capire che era stato arrestato dai temuti servizi di sicurezza del paese, l’Agence nationale de sécurité (ANS). Nei giorni precedenti alla sparizione, l’attivista aveva lanciato sui social degli appelli per il rilascio di Masra, adottando come foto profilo anche un’immagine recante un appello per la sua liberazione.
L’uccisione di oltre 40 pastori in scontri con i coltivatori. L’attivista aveva anche denunciato la presunta morte sotto tortura di un dirigente della procura di una cittadina del Logone orientale. La morte dell’uomo sarebbe legata all’uccisione di oltre 40 pastori in scontri con i coltivatori, avvenuta a maggio nella provincia. Masra è in carcere proprio con l’accusa di aver istigato quelle violenze al punto da esserne stato complice, avendo lui invocato l’autodifesa anche armata dei contadini contro i continui attacchi degli allevatori nomadi.
L’atavica lotta pastori-contadini, strumentalizzata dalla politica. Le violenze fra coltivatori e pastori sono una costante della vita sociale del Ciad e di tutta la regione del Sahel. Le tensioni fra questi due gruppi sociali vengono spesso strumentalizzate dalla politica e sono parte di una più ampia “faglia” che segna tutta la società ciadiana, anche a causa di queste stesse strumentalizzazioni: da una parte i pastori, per lo più musulmani originari del Nord del paese, ritenuti molto vicini alle élite politiche, che da mezzo secolo controllano il Ciad; dall’altra parte, i contadini, cristiani o animisti originari del Sud, emarginati dalla classe dirigente e bacino di consenso delle opposizioni, che proprio nella parte meridionale del Paese trovano le loro tradizionali roccaforti.











