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di Piero Melati


La Repubblica, 22 agosto 2020

 

Tranne nobili eccezioni, il cinema italiano (a differenza di quello Usa) ha raccontato Cosa nostra con schematismi e cliché. Ora un libro mette settant'anni di finzioni sotto maxiprocesso.

Oggi il fenomeno della "mafia immaginaria", come vedremo, è stato finalmente codificato in un libro. Ma non sapevamo ancora cosa fosse quando, un bel mattino del 1984, fece la sua prima apparizione dentro la redazione palermitana del realissimo quotidiano L'Ora. Era un anno siciliano orribile tra i tanti. Lo scrittore Giuseppe Fava era stato ucciso a Catania in gennaio. Il pentito Tommaso Buscetta stava iniziando a "cantare": le sue rivelazioni avrebbero portato prima, in settembre, all'emissione di 366 mandati di cattura e poi alla terribile estate dell'85 e al successivo Maxiprocesso a Cosa Nostra. La guerra di mafia, iniziata nel 1979, era ancora in corso. I cronisti lavoravano su tre, quattro ammazzati al giorno.

Eppure quel mattino la troupe del regista Giuseppe Ferrara, affiancato da un giovanissimo Peppuccio Tornatore, decise di fare irruzione nella sede del giornale, pretendendo di girare alcune scene di Cento giorni a Palermo, il film dedicato alla tragedia del generale Dalla Chiesa. E, mentre le macchine da scrivere fibrillavano per chiudere il numero del giorno (L'Ora era un quotidiano del pomeriggio) la troupe aspirava a imbarcare la redazione in una macchina del tempo, per tornare indietro ai fatti narrati dalla pellicola. Fu una scena surreale. Ancora non lo sapevamo, ma dopo il boom del cinema "civile", che fu seguito da un omertoso silenzio, quel giorno era destinato ad aprire un'era nuova. In una manciata d'anni quella sparuta troupe sarebbe diventata lo sterminato esercito del mafia-movie. Da allora l'immaginario, in tema di mafia, avrebbe sostituito la realtà. I simboli avrebbero schiacciato i fatti.

La pellicola Cento giorni a Palermo sarebbe uscita nella primavera successiva ma ricostruiva gli avvenimenti di due anni prima. Dentro la sede del giornale L'Ora il regista voleva mettere in scena le telefonate che nella vita reale avevano rivendicato, da parte di Cosa Nostra, "l'operazione Carlo Alberto", condotta appunto nell'82, con cento morti in pochi mesi, e culminata, il 3 settembre, nella strage di via Isidoro Carini, dove caddero il prefetto, la moglie Emanuela Setti Carraro, l'agente Domenico Russo. Le telefonate, che all'epoca erano state realmente raccolte dai cronisti, dovevano essere sceneggiate per entrare nel film, che aveva come protagonisti Lino Ventura e Giuliana De Sio.

Una volta confezionato il numero del giornale - con le notizie vere, o almeno verosimili - si dovette inscenare la finzione. Ciak, si gira la mafia in redazione. L'umore, da parte dei giornalisti, non era collaborativo: "Qui si muore veramente e questi fanno cinema". Si verificò anche un incidente diplomatico: i cronisti palermitani, si scoprì, non parlavano con i cliché dialettali. Pessima cosa, per i rigidi canoni di un film girato in Sicilia, stabiliti da lunga tradizione (dal Sasso in bocca a Confessioni di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica): i siciliani devono parlare siciliano. E così si dovette doppiare il parlato, per introdurvi le inflessioni usate nelle commedie erotiche di Lando Buzzanca.

Il dettaglio del doppiaggio, come la stessa discrasia temporale, rivelano bene il cuore del problema. Una cosa è la vita reale, ben altra la sua rappresentazione. Farle specchiare genera sempre garbugli. Per questo il critico cinematografico Emiliano Morreale ha deciso di titolare La mafia immaginaria le sue 311 pagine edite da Donzelli su Settant'anni di Cosa Nostra al cinema, dal 1949 al 2019. Si tratta di un lavoro importante su un genere popolarissimo che, pur avendo prodotto chilometri di pellicola, non aveva inspiegabilmente una sua "summa".

Ma attenzione, avverte l'autore: in questa lunga avventura che è stata il mafia-movie è di cinema che si sta parlando. La mafia, quella vera, ci sta semmai per quel che non si è detto, oppure non si è riusciti mai a rappresentare. Spiega Morreale: "I lapsus di questo genere cinematografico ci diranno di più - sul cinema italiano e su come ci rappresentiamo la storia del Paese - di quanto questo genere ci racconti davvero della mafia". Il libro, peraltro, rilegge anche lo stesso Cento giorni a Palermo: al di là degli equivoci sul set, il prodotto fu un'assoluta opera prima. Con quel film venne lanciato il sottogenere che si rivelerà poi il più sfruttato, quello degli "eroi antimafia".

Tutta questa storia inizia con un paradosso. Nel 1949 il regista Pietro Germi fa scoprire all'Italia la Sicilia, girando nell'isola In nome della legge. L'opera solleva un vespaio: da sinistra la si accusa di fare l'occhiolino ai boss, dal fronte moderato il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone invoca la censura, sostenendo che "la mafia non è più di attualità" e quindi non va trattata. Il 9 maggio di quell'anno il Parlamento è quasi costretto ad interrompere la maratona per approvare il Patto Atlantico, pur di occuparsi del caso. Prende la parola il sottosegretario allo Spettacolo, il giovane Giulio Andreotti, che 44 anni dopo sarà processato a Palermo per concorso esterno alla mafia. Andreotti difende il film a spada tratta: "È un atto di fantasia, non un'opera documentaria". In aula scoppia il pandemonio. Andreotti, il futuro Divo del film di Paolo Sorrentino, l'uomo che verrà accusato di avere vasato il carnefice di Cosa Nostra Totò Riina, viene contestato alla Camera come "calunniatore della Sicilia".

Da allora sarà sempre commedia degli equivoci. Fino ai giorni nostri. Nel 2003 il Comune siciliano di Villabate decide di conferire la cittadinanza onoraria all'attore Raoul Bova, volto televisivo di un altro "eroe antimafia", il Capitano Ultimo, che vive tuttora mascherato per avere arrestato Totò Riina. Ma premiare l'attore che l'ha interpretato non sarà anche celebrare il suo alter ego reale? Quesito inquietante.

Il presidente del Consiglio comunale Francesco Campanella non ci dorme la notte. Non volendosi accollare responsabilità si rivolge al capomafia di zona, "il signor Mandalà". Quest'ultimo, a sua volta inquieto, vista la delicatezza della camurria, preferisce far giungere un messaggio fin nel covo segretissimo del superlatitante Bernardo Provenzano, divenuto allora il capo indiscusso di Cosa Nostra (neanche a farlo apposta) in virtù dell'arresto di Riina da parte di Capitano Ultimo-Bova. Lo zio "Binnu" emette una sconcertante sentenza: questa "sceneggiata" s'ha da fare.

Come cambiano i tempi. Il libro di Morreale rivela che a un certo punto la mafia decise di autoprodurre il suo kolossal. Altro che Padrino di Coppola. A firmarlo è Giuseppe Greco, il figlio del capo della Commissione di Cosa Nostra don Michele, inteso "il Papa". Greco junior, in verità, di film ne ha fatti tre, con lo pseudonimo di Giorgio Castellani. Il primo dell'81, dove fu sceneggiatore, è finito dentro gli atti del Maxiprocesso di Palermo, per via di una Mercedes prestata al set direttamente dal potente esattore andreottiano Nino Salvo. Si intitolava Crema, cioccolata e... paprika, con Renzo Montagnani, Barbara Bouchet, Giorgio Bracardi, Franchi e Ingrassia. Il secondo, Vite perdute, lo ha girato con gli attori di Mery per sempre e Ragazzi fuori. Ma il terzo, approvato direttamente dal padre-Papa della mafia, è il più importante: I Grimaldi, saga familiare girata in quell'ex feudo Favarella, dove don Michele invitava effettivamente magistrati, politici e aristocratici per battute di caccia a cavallo degne della corte di Versailles.

In pellicola, l'attore Adriano Chiaramida, che interpreta "il Patriarca", ha la voce di Peppino Rinaldi, il doppiatore italiano di don Vito Corleone. Senza rimpianti, stermina una gang di novelli narcos, in nome degli "antichi valori", dinanzi ai quali anche il giudice del film deve capitolare: "È gente coriacea, questa, di stampo antico". La stoffa del Patriarca è tutta in una battuta rivolta al nipote: "E tu pensi che tuo nonno si lasci intimorire da quattro stiddari di merda?".

La Rai, al contrario, nel '62 si era lasciata intimorire da Dario Fo e Franca Rame: la coppia venne cacciata alla quinta puntata di Canzonissima, per una scenetta ironica sui sindacalisti siciliani uccisi dalla mafia. Lo stesso anno uscì l'epocale Salvatore Giuliano di Francesco Rosi. Sullo sfondo, la strage di Portella della Ginestra. L'intento del regista era quello di denunciare le oscure trame annidate dietro la figura del mitico bandito. Ma lo scrittore Leonardo Sciascia resterà perplesso. Casualmente vede il film in mezzo a una platea di contadini siciliani e si accorge, con sgomento, che questi si commuovono alle gesta del leggendario bandito.

Non basta. Poco dopo lo stesso Sciascia andrà a vedere Il mafioso di Alberto Lattuada con Alberto Sordi. "Di fronte a questo film" scrive amareggiato l'anno dopo "siamo presi dal dubbio se il continuare a parlare di mafia non finirà col renderle quell'utile stesso che prima le rendeva il silenzio". Sciascia stesso sarà vittima di analogo garbuglio. Quando Damiano Damiani, nel 1968, manderà nelle sale il lavoro tratto dal suo Il giorno della civetta, gli spettatori acclameranno con grida di approvazione il famoso discorso del mafioso don Mariano Arena sulle categorie umane (uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo, quaquaraquà) dimenticandone completamente gli efferati delitti.

Il boss diventa icona. Ma presto verrà soppiantato dagli "eroi" e il cinema sulla mafia vivrà la sua stagione d'oro (Gian Maria Volonté ne sarà la star). La televisione di Stato, invece, dopo l'incidente di Canzonissima, ha battuto in ritirata. Ma fermenti nuovi, come quello del citato Cento giorni a Palermo, stanno già aprendo autentiche autostrade.

E così, l'11 marzo del 1984, stesso anno del film di Ferrara su Dalla Chiesa, arriva in tv a firma di Damiano Damiani la prima puntata di La piovra. Nulla sarà più come prima. Il male assoluto avrà finalmente un volto, quello dell'attore Remo Girone, che interpreta il mefistofelico Tano Cariddi. Alla fine della settima stagione, il satanico Cariddi getterà in un vulcano gli incartamenti segreti della Repubblica, negandoci per sempre ogni verità.

Seguiranno centinaia di fiction. Ma l'analisi di Morreale, a questo punto, si fa spietata. L'Italia, scrive, ha battezzato la Sicilia come suo personale scenario western; alle pale di ficodindia e alle lupare del passato sono stati sostituiti i nuovi archetipi della strage di Capaci e del pianto della vedova Schifani al funerale; il groviglio dei misteri italiani viene spedito nell'Isola per farne non più un affare inestricabile ma una più semplice lotta tra buoni e cattivi, eroi e malavitosi; si parla sempre e solo del passato, trasformando la mafia in un prodotto vintage; la sinistra si è ricostruita una genealogia accettabile nell'antimafia; buoni sentimenti, nostalgia a basso costo, innocua ironia - da Benigni a Pif - hanno occupato il posto che, al contrario, negli Stati Uniti hanno avuto prodotti importanti come i film di Martin Scorsese o la serie I Soprano. Infine, nessun film o serie tv di rilievo sui casi in cui la mafia tocca la grande finanza (Sindona, Calvi, Gardini). E per raccontare la vita dello stesso "scabroso" Buscetta, bisognerà attendere il 2019, con Il traditore di Marco Bellocchio.

Un fallimento? Prodotti come Gomorra e Romanzo criminale, film come I cento passi di Giordana, Placido Rizzotto di Scimeca, Segreti di Stato di Benvenuti, i lavori di Roberta Torre o il recente Sicilian Ghost Story riapriranno in qualche modo i giochi di questa infinita materia. Così come faranno scuola il Cinico Tv di Ciprì e Maresco (coppia separatasi nel 2008) e i loro successivi lavori. Qui non ci sono più la Conca d'Oro da cartolina e i pittoreschi mercati stile Vucciria. Nei dintorni del fiume Oreto, tra i quartieri Brancaccio, Bandita, Acqua dei Corsari, famiglie normali virate in chiave horror tagliano droga come nella serie americana Breaking Bad. Conclude Morreale: "La violenza del loro sarcasmo smaschera la malafede di un sistema di immagini che è prevalso nell'informazione e nella fiction".