di Gianluca Modolo
La Repubblica, 3 maggio 2024
L’ultimo report di Freedom to Write: sfondata quota cento. Segue l’Iran con 49 intellettuali dietro le sbarre. Primo posto per il quinto anno consecutivo. Soltanto che ora, per la prima volta, il numero arriva in tripla cifra. Non è un Paese per scrittori, la Cina: a confermarlo è il report Freedom to Write Index 2023 di Pen America appena pubblicato. In 107 si trovano in carcere, diciassette in più rispetto ai 90 segnalati nel report dell’anno precedente. “La maggior parte è stata incarcerata per aver espresso online critiche alle politiche ufficiali o opinioni a favore della democrazia”, spiegano gli autori del rapporto. “Sovversione del potere statale” o “provocare disordini”: le accuse che vanno per la maggiore. Dei 107 casi documentati dall’organizzazione per la libertà di espressione, 50 si riferiscono a commentatori online: “Scrittori che usano regolarmente le piattaforme dei social media per pubblicare le loro opinioni e i loro commenti su una serie di argomenti politici, economici e sociali”.
Rientrano nella più ampia categoria di scrittori anche blogger, editorialisti, poeti, cantautori, artisti, editori, traduttori. “In genere arrestati e imprigionati con l’accusa vaga di ‘aver provocato disordini’, ciò indica il continuo aumento del potere dei social media in Cina come mezzo legittimo e di ampia portata per la scrittura politica nell’era digitale”, si legge nel report. Molti dei commentatori online sono stati presi di mira per aver scritto sulle controverse politiche Covid del governo, come Sun Qing, Xiaolong Ji e Yu Qian. Altri hanno criticato il leader Xi Jinping o il Partito comunista cinese, hanno discusso di democrazia o si sono espressi su una serie di questioni relative ai diritti umani.
Nella regione a maggioranza uigura del Xinjiang gli imprigionati sono 35. Il report cita il caso della poetessa Gulnisa Imin: scomparsa nel marzo 2018, durante la 345esima notte del suo progetto “Mille e una notte”, tre anni più tardi si è saputo che era stata arrestata e condannata a 17 anni e mezzo di carcere per aver diffuso il “pensiero separatista” attraverso le sue poesie. Sette incarcerati a Hong Kong (tra cui Jimmy Lai, l’editore dell’ormai defunto Apple Daily, giornale simbolo della resistenza democratica nell’ex colonia britannica all’abbraccio sempre più stretto di Pechino: il processo è iniziato lo scorso 18 dicembre e se condannato rischia l’ergastolo). Dodici i casi in Tibet.
Tra i casi più recenti nella Cina continentale, invece, spicca quello di Yang Hengjun, scrittore e attivista pro-democrazia condannato a morte da un tribunale di Pechino il 5 febbraio di quest’anno (con sentenza sospesa per due anni: il che vuol dire che, se verrà provata la buona condotta nei prossimi 24 mesi, la pena si tramuterà in ergastolo) per “spionaggio”. Autore di spy stories ambientate nei circoli della diplomazia internazionale e articoli critici contro il Partito comunista, il 58enne Yang, ex funzionario del Ministero degli Esteri cinese, nel 2000 si era trasferito in Australia. Rientrato in Cina nel 2019, venne subito arrestato all’aeroporto di Canton e il suo processo si aprì in gran segreto nel maggio 2021. In una lettera ai suoi due figli dello scorso agosto Yang scrisse che erano più di quattro anni che non vedeva la luce diretta del sole e che temeva di morire in cella dopo che gli era stata diagnosticata una cisti ai reni. “L’incarcerazione di uno scrittore, la cui voce può offrire una prospettiva indipendente o una narrazione di speranza, va oltre il silenziamento di voci individuali e rappresenta un attacco più ampio alla libertà di tutti i cittadini di un Paese”, si legge ancora nel report. In totale sono 339 gli scrittori incarcerati in tutto il mondo. A seguire la Cina ci sono Iran (49), Arabia Saudita e Vietnam (19), Israele (17), Bielorussia e Russia (16), Turchia (14), Myanmar (12) ed Eritrea (7).











