di Federico Rampini
La Repubblica, 11 giugno 2019
Con il tipico riflesso dei regimi autoritari, e un copione collaudato dai tempi delle "rivoluzioni arancioni", il complotto americano è una comoda teoria anche per spiegare la protesta di Hong Kong. I media governativi di Pechino alludono alla mano di Washington dietro la mobilitazione di massa. Sarebbe bello: se soltanto fosse vero.
Al contrario, quel che accade a Hong Kong in questi giorni è drammatico anche per il silenzio di Donald Trump e di tutto l'Occidente. Negli ultimi vent'anni lo status di Hong Kong veniva considerato come un test per la Cina. Il rispetto dei "privilegi" (leggi: libertà di espressione, Stato di diritto, tribunali indipendenti, habeas corpus) concordati nel 1997 al momento del passaggio dell'isola dal Regno Unito alla Cina, è sempre stato osservato con vigilanza da Washington, Londra, e dalle altre capitali europee.
Dalla capacità di Pechino di mantenere quelle promesse, e di seguire la massima "una nazione, due sistemi" (cioè tollerare un sistema politico e giuridico diverso a Hong Kong, pur essendo quel territorio tornato a far parte della Grande Cina) veniva misurata l'affidabilità dei dirigenti comunisti come interlocutori in un ordine mondiale basato su regole.
In effetti Hong Kong è rimasta a lungo - in parte lo è tuttora - una felice eccezione, un'oasi dove i giornali e i cittadini possono criticare il proprio governo locale o quello nazionale senza temere di finire in carcere. Dietro il rispetto dei diritti c'era un calcolo: conveniva alla Cina mantenere lo status speciale di Hong Kong anche per il suo ruolo di piazza finanziaria globale, sede di tante banche straniere, multinazionali. Insomma una piattaforma del business con ricadute positive sulla madrepatria. Con Xi Jinping la musica è cambiata.
Già da qualche anno si fanno più frequenti le incursioni della polizia cinese contro i dissidenti di Hong Kong. Alcuni sono stati letteralmente rapiti, scomparsi a lungo, per poi riapparire nelle mani delle autorità cinesi e magari pronunciare "auto-denunce" nello stile staliniano. La riforma della legge sull'estradizione renderebbe il compito ancora più facile per la polizia cinese: non avrebbe più bisogno di organizzare rapimenti, i dissidenti se li farebbe consegnare dalle autorità di Hong Kong. È questo il timore che ha scatenato le proteste di piazza.
Trump si prepara a incontrare Xi Jinping al G20 di Osaka in un clima di tensione, ma ha ridotto tutto il rapporto bilaterale alla dimensione economica. Mentre il vero punto debole della Cina, in particolare in quell'area del mondo ancora affollata di liberal-democrazie alleate degli Usa (da Taiwan al Giappone alla Corea del Sud) è proprio la natura del suo regime.
Avere cancellato la questione dei diritti umani e delle libertà dalla sfera delle nostre "politiche cinesi" indebolisce l'Occidente intero. Compresa quell'Europa che sembra solo interessata alle Nuove Vie della Seta, sempre misurando i rapporti con la Cina nell'ottica mercantilista.










