di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 7 luglio 2020
"Al momento in cui scrivo, il suono della distruzione sta ancora esplodendo, l'epidemia continua a diffondersi e il sud del paese è allagato. Il paese soffre di difficoltà interne ed esterne e ha raggiunto un vicolo cieco. I media ufficiali sono ciechi, cantano ancora elogi e canzoni".
È l'ultimo scritto, nel giugno scorso, di Xu Zhangrun, il professore di teoria costituzionale e filosofia che in Cina rappresenta uno dei maggiori critici a livello pubblico del regime di Xi Jinping. Ora anche questa voce è stata tacitata. Ieri, secondo quanto raccontato al Guardian da due colleghi, rimasti anonimi, Xu è stato prelevato dalla sua abitazione da almeno 20 persone e portato in un luogo sconosciuto dopo aver sequestrato materiali e computer. I suoi amici hanno tentato di contattare la polizia ma senza avere nessuna risposta.
In realtà il professore si trovava già agli arresti domiciliari dall'inizio di quest'anno per aver attaccato fortemente Xi e la sua gestione della pandemia di coronavirus. La sua storia di oppositore risale al 2018 quando su internet circolò il suo saggio "La nostra paura ora e le nostre speranze", un atto d'accusa al Partito comunista e la richiesta di democrazia costituzionale. A febbraio di quest'anno, in piena epidemia è uscito un altro scritto: "Viral Alarm. When Fury Overcomes" seguito da una raccolta di saggi solo un mese fa. In ogni riga viene imputato a Xi Jinping di ignorare i bisogni della gente piegata da un disastro dopo l'altro, dal virus, alla disoccupazione fino ai disastri naturali. In una delle sue opere Xu scrisse, riferendosi al presidente cinese, che somigliava a Qin Shi Huang della dinastia Qin, l'iniziatore della Cina imperiale (221 a. C.), quest'ultimo era noto per bruciare libri e seppellire vivi gli studiosi. "È pazzo, rovina i mezzi di sussistenza e calpesta gli intellettuali e crea un demone mondiale" la frase più incisiva, troppo per il regime che non ha tollerato oltre.
Ma il parallelo storico sta trovando fondamento con quello che sta succedendo ad Hong Kong. In virtù delle leggi sulla sicurezza, voluta da Pechino ed entrata appena in vigore, nelle biblioteche pubbliche dell'isola non saranno più disponibili i libri di oppositori democratici.
È infatti in atto un processo di revisione per giudicare se le pubblicazioni sono conformi ai dettami della nuova legislazione. Non è chiaro quanti libri siano al vaglio della censura, si tratterà in ogni caso di un'opera lunga come dimostra il fatto che sembrano ancora disponibili due titoli del dissidente politico cinese, vincitore del premio Nobel per la pace, Liu Xiaobo. Le autorità hanno giustificato l'opera di revisione, di stampo orwelliano, come iniziativa per accertarsi che gli scritti non promuovessero la secessione, la sedizione o il terrorismo. Ma a giudicare sarà solo Pechino.










