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di Gianluca Modolo

La Repubblica, 5 giugno 2022

A Hong Kong il ricordo di questo capitolo sanguinoso della storia cinese aveva sempre resistito, ma la Cina ormai ha imposto il silenzio anche sull’Isola. Piccoli, grandi, gesti di disobbedienza. Hong Kong ha provato a sfidare il divieto di ricordare ciò che successe 33 anni fa a Tienanmen: c’è chi è andato a passeggio con una maglietta nera e una mascherina bianca con una x sulla bocca, chi portava tra le mani un fiore, chi accendeva le torce del telefonino o chi come il signor Chan che vicino al Victoria Park ha tirato fuori una candela a Led con la scritta “Mai dimenticare il 4 giugno”. La polizia lo ha perquisito per 20 minuti. “Hanno paura anche di una persona anziana”. Un ragazzo è stato fermato perché aveva tra le mani una scatola di Lego con dei carrarmatini. Qualche momento di tensione, qualcuno la polizia - dispiegata in massa per le strade dell’ex colonia britannica - se l’è portato via. Sei i fermi.

Tienanmen è argomento tabù nella Cina continentale: qualsiasi contenuto online subito censurato, anche se ieri, a sfidare la censura più di qualcuno ci ha provato postando la frase “È mio dovere”. Sottinteso: ricordare. A Hong Kong, invece, il ricordo di questo capitolo sanguinoso della storia cinese ha sempre resistito, anche se con sempre più difficoltà. Per il terzo anno consecutivo infatti non c’è stata nessuna veglia a Victoria Park, tradizionale luogo di ritrovo per commemorare coloro che persero la vita tra il 3 e il 4 giugno del 1989 quando il Partito comunista mandò i carri armati per fermare la protesta di chi chiedeva democrazia e libertà nel cuore politico della capitale cinese. Una grande parte del parco era stata già chiusa venerdì: centinaia di poliziotti a pattugliare per evitare “assembramenti illegali”: si rischiano 5 anni di carcere. A Pechino, ovviamente, c’era più polizia del solito attorno a Tienanmen: già parecchio blindata anche durante il resto dell’anno.

Hong Kong ha provato, come poteva, a non sottomettersi. Una delle idee più originali l’hanno avuta gli studenti della Chinese University: una caccia al tesoro. “È una ribellione. L’università ci ha rubato la statua, così abbiamo deciso di farne una nostra versione”. Hanno ricreato delle repliche in 3D della “Dea della democrazia” che lo scorso dicembre - dopo 11 anni - è stata rimossa dal campus. Hanno invitato i compagni a cercare le miniature, nascoste ai quattro angoli dell’ateneo. Accanto a ogni statuina un biglietto: “Congratulazioni per aver trovato questa piccola Dea! Portatela a casa e non dimenticate il significato che c’è dietro!”.

Pechino aveva avvisato vari consolati di Paesi occidentali a Hong Kong dall’astenersi a compiere qualsiasi gesto. Messaggio ignorato. Quelli americano ed europeo hanno messo in bella mostra le candele alle finestre.

“Nemmeno quest’anno il tentativo del Partito comunista di cancellare le sue atrocità avrà successo”, ci raccontava qualche giorno fa Ray Wong, attivista oggi rifugiato in Germania. “Molti di noi all’estero organizzeranno veglie. Non dimenticheremo mai il sacrificio che queste persone coraggiose hanno compiuto per resistere al regime autoritario cinese”. A Taipei, in piazza della Libertà, davanti a centinaia di persone, è stata svelata una nuova versione del “Pilastro della vergogna”, la statua che venne rimossa lo scorso anno dall’Università di Hong Kong. Cinquanta corpi ammassati, sofferenti: simbolo di chi 33 anni fa venne massacrato.