di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 7 ottobre 2020
Migrazioni, discriminazione e speculazione economica: con la rassegna "Internazionale a Roma" tornano i grandi temi dell'attualità. Riparte il cinema, dopo l'emergenza sanitaria prodotta dal Covid-19 e il relativo lockdown. Riparte con tutte le precauzioni del caso, suggerite da una situazione che risulta tuttora problematica.
E, dopo le asperità della pandemia e dell'isolamento, i sei film al centro della rassegna "Internazionale a Roma" - dal 6 all' 11 ottobre al Palazzo delle Esposizioni - offrono altrettanti spazi di riflessione sui temi dei diritti umani e dell'attualità più stringente, invitando a rifuggire comodi ripiegamenti solipsistici o giudizi di maniera. Curata da Cine Agenzia per Internazionale, la manifestazione, a ingresso libero fino a esaurimento posti con prenotazione obbligatoria, presenta pellicole di impegnati registi e documentaristi provenienti dalle realtà più diverse, come i tedeschi Carmen Losmann e Marc Wiese, l'austriaca Katharina Weingartner, gli statunitensi Ian Cheney e Sharon Shattuck, il cinese Zhou Bing e la danese Mira Jargil.
Tante le tematiche affrontate, tanti gli sguardi gettati su un presente inquieto. Si parte dal lungometraggio "Reunited" di Mira Jargil, che esplora le problematiche connesse alle migrazioni attraverso la storia di una famiglia siriana approdata in Occidente e delle infinite peripezie burocratiche che ne ostacolano il ricongiungimento.
Non mancano lavori incentrati sulle restrizioni delle libertà promosse da taluni governi - quella di stampa in primis - e sulle accese contestazioni che le accompagnano. In "We Hold The Line" di Marc Wiese, trova spazio la testimonianza del brutale regime del presidente filippino Rodrigo Duterte, fornita dalla giornalista Maria Ressa - scelta dalla rivista Time come persona dell'anno 2018 - e dai suoi colleghi della redazione del sito di notizie Rappler, che per la loro attività sono stati oggetto di campagne di discredito via web e di minacce alla professione e alla loro stessa incolumità. Recentemente arrestata, Maria Ressa è stata destinataria, sul Washington Post, dell'appello di 400 intellettuali al presidente americano Trump affinché convinca il regime di Manila a porre fine alle persecuzioni contro di lei.
"Hong Kong Moments" di Zhou Bing, dal canto suo, racconta la vita di sette cittadini di Hong Kong, diversi fra loro sia per estrazione sociale che per orientamento politico, durante i moti di protesta che, da oltre un anno, vedono contrapposti i movimenti a favore della democrazia da una parte e il governo della regione e la polizia dall'altra.
A far luce sulle criticità del sistema capitalistico contemporaneo e sul rapporto diretto tra crescita dell'economia e dei profitti e indebitamento delle persone ci pensa il documentario "Oeconomia" di Carmen Losmann, mentre la questione della discriminazione sessista - che dal venire escluse come destinatarie di mail importanti o vedersi assegnare laboratori di minuscole dimensioni può spingersi fino al livello di vere e proprie molestie sessuali - è affrontata, in "Picture A Scientist" del duo Ian Cheney e Sharon Shattuck, dal punto di vista della biologa Nancy Hopkins, della chimica Raychelle Burks e dalla geologa Jane Willenbring. Problema che, ovviamente, non attiene al solo ambito scientifico.
In conclusione di rassegna, Katharina Weingartner esamina in "The Fever" il nodo fra organizzazioni internazionali, multinazionali farmaceutiche ed enti portatori di interessi di vario genere e grado, coinvolti da anni nella gestione della più grande emergenza sanitaria che l'Africa si sia mai trovata ad affrontare, la malaria, che persevera nel provocare più vittime di tutte le guerre e le altre malattie che imperversano nel pianeta. Se si scoprisse che una semplice pianta, a disposizione di chiunque, fosse in grado di combattere il paludismo e salvare mille vite al giorno? Come reagirebbero le multinazionali farmaceutiche? In tempi di coronavirus, nell'attesa spasmodica di un vaccino, sarebbe utile una riflessione puntuale su valori come correttezza ed equanimità, che dovrebbero garantire la distribuzione universale delle risorse e delle cure.










