di Dario Stefano Dell'Aquila e Antonio Esposito
La Repubblica, 28 febbraio 2015
Questa settimana è stato a Napoli Frederick Wiseman, Leone d'Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia. Wiseman, chiamato anche a tenere una lectio magistralis all'Università Federico II, è uno dei più grandi documentaristi del nostro tempo. Le sue opere mantengono una invincibile attualità.
È il caso di Titicut Follies, il documentario di Frederick Wiseman realizzato nel 1966 nello State Hospital for the Criminally Insane at Bridgewater nel Massachusetts, l'equivalente dei nostri Ospedali psichiatrici giudiziari, che mostra la vita disumana degli internati in quest'istituzione. Al di là della specificità proprie del tempo e del luogo restituite con forza dalla pellicola, quello che resta maggiormente scioccante è verificare il perpetuarsi immutato delle logiche e delle prassi di disumanizzazione e mortificazione dell'umano proprie di queste strutture totali.
Al di là della denominazione e dello spazio in cui sorgono, le istituzioni manicomiali si strutturano sulla base di un principio di alienazione che resta indifferente al fluire del tempo, fissato in un'immobilità funzionale a meccanismi di potere estranei alla cura, piuttosto legati al contenimento e all'annullamento di quanto viene identificato come anomalia e quindi reso patologico. Prendiamo spunto da Wiseman per tornare a un tema aperto da Giuseppe Del Bello su queste pagine sulla prossima chiusura dei due Opg di Napoli e Aversa prevista per il 31 marzo prossimo.
Chi ha incontrato la realtà degli Ospedali psichiatrico giudiziari italiani, riconosce, tra le pieghe di quella brutale violenza raccontata dal documentario di Wiseman la realtà che soggiace tutt'oggi al funzionamento delle strutture delegate alla reclusione degli internati e delle persone detenute finite in osservazione psichiatrica. Si potrebbe obiettare - c'è chi lo fa - che le forme estreme di contenzione e pseudoterapia mostrate dalla pellicola non appartengono più alla nostra quotidianità o che occuparsi di Opg sia una questione residuale.
Sono obiezioni sensate, ma solo in parte veritiere. Perché c'è la concreta possibilità che la maggioranza degli attuali internati non saranno presi in carico dai servizi territoriali con progetti individualizzati, ma resteranno all'interno delle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, nelle quali la psichiatria riacquista esplicitamente una funzione custodialistica o nelle cosiddette articolazioni sanitarie delle carceri.
Come sempre c'è il rischio che si cambi per non cambiare nulla. Occorre anche con onestà ammettere che per molte persone affidate alle comunità gestite dal terzo settore non sempre si dà luogo a interventi di inclusione sociale, quanto piuttosto a nuove forme di marginalizzazione e abbandono, nuove prassi di contenimento farmacologico, e spesso al rientro nelle strutture manicomiali di provenienza per il fallimento del progetto terapeutico. La legge 81/2014, che ha sancito la chiusura degli Opg, non ha inciso sul meccanismo delle misure di sicurezza e di internamento. Pur rappresentando un fondamentale passo avanti il superamento formale del meccanismo degli ergastoli bianchi e la spinta a individuare misure di pena alternative all'internamento, la valutazione psichiatrica della pericolosità sociale rischia di determinare più di un corto circuito. Ben oltre la strutturazione fisica del manicomio criminale, ciò che si sarebbe dovuto smantellare e resta invece intatto è il dispositivo psichiatrico e normativo che le determina. Ancora, non si può essere soddisfatti nell'evidenziare che le torture cui sono sottoposti i pazienti filmati da Wiseman oggi sono superate.
La violenza cambia forma e strumenti, ma le pratiche di contenzione, anche quelle fisiche, restano ancora un dogma della psichiatria. Non hanno abbandonato le fascette per legare e finanche elettrochoc, a volte si sono forse raffinate con la contenzione farmacologica, ma le prassi psichiatriche, oggi ancora più che in passato, sembrano legate piuttosto alla criminalizzazione medicalizzata di ciò che è considerato devianza piuttosto che alla presa in carico della sofferenza. Le vite raccontate da Wiseman nei manicomi americani del 1966 sono terribilmente identiche a quelle degli internati di oggi, negli Opg della Campania e del resto del paese. Perché terribile e identica è la logica di annullamento sottesa al manicomio, in qualunque forma si manifesti.









