di Natalia Aspesi
La Repubblica, 5 gennaio 2022
Visto da Natalia Due volte premio Oscar, il regista torna nel suo Iran per raccontare una storia di espedienti, bugie e omissioni. Il film è in corsa per entrare tra i candidati alla statuetta per il miglior film straniero.
Un uomo in galera per debiti ha un permesso di due giorni per convincere il creditore a ritirare l'accusa dandogli una parte della somma che gli deve: la fidanzata ha trovato per strada una borsa che contiene monete d'oro e insieme sperano di ricavarne abbastanza per estinguere il debito. Non è così, e allora se la disonestà non aiuta, si può provare con l'onestà, cercando la persona cui restituire il denaro e inventandosi così una visibilità nel ruolo di Debitore Povero ma Giusto. Però nulla è così semplice e facile, e da quel momento troppi saranno gli espedienti, le bugie, le omissioni, le storie mal congeniate perché il finto probo non sia smascherato.
Un eroe è il titolo di questo nuovo film di Asghar Farhadi, un eroe della sopravvivenza quindi vero, un eroe mediatico e quindi falso, un eroe che si finge tale e si autodistrugge, un eroe che viene distrutto mentre si lascia creare. Del gesto che anche in Italia meriterebbe il plauso dei social, si impossessano tutti quelli che possono ricavarne benemerenze, la prigione per vantarsi della propria funzione di ricupero sociale, subito che un carcerato si è suicidato, la televisione che lo intervista e ne fa un personaggio del buonismo imperante (anche lì!), la benefattrice che raccoglierà denaro per aiutare una così brava persona redenta. Intanto la proprietaria della borsa si è fatta viva, ha ringraziato ed è scomparsa, il creditore non crede al ravvedimento, il suo rancore non si placa perché quel denaro era la dote di sua figlia e perché la moglie che il debitore ha abbandonato era sua sorella. E poi l'onestà non è un merito ma un dovere, di che eroismo parliamo?
Farhadi è tornato a girare nel suo paese, l'Iran, dopo la parentesi in Spagna (Tutti lo sanno, 2018), e ha ritrovato la patria del suo talento, quella che gli ha fatto già vincere con Una separazione (2011) e poi con Il cliente (2016) l'Oscar per il miglior film straniero; Un eroe ha vinto a Cannes il Gran Premio Speciale della Giuria ed è il candidato dell'Iran per entrare nella rosa delle nomination all'Oscar 2022. Nell'umanità dei suoi personaggi noi ci specchiamo, nelle loro vicende quotidiane ci ritroviamo, non li sentiamo stranieri, e non importa se in Iran si vive sotto la cappa di una dittatura religiosa: perché la gente dei suoi film, pur rispettando le ferree leggi islamiche, e pur rispettandole lui stesso nel girarli, ha introiettato quella fantasiosa ipocrisia e duplicità che in privato e non solo lascia ampi spazi di libertà personale.
Rahim (Amir Jadidi) esce dal carcere e si ritrova nelle polverose e fracassone strade di Shiraz, per poi raggiungere un luogo delle meraviglie cioè una immensa piazza su cui si erge un gigantesca roccia, un grattacielo di pietra rosa superbamente scolpito e in via di restauro, tomba dei re di Persia degli Achemenidi: e forse così il regista vuole ricordare a noi occidentali quale luogo di potere e cultura e arte (e vino, si dice che a Shiraz, che vuole dire vitigno, l'uva per la prima volta divenne vino) l'Iran è da migliaia di anni. Lì incontra il cognato, marito di sua sorella, che dovrebbe rimetterlo in contatto con l'irascibile creditore e poi finalmente raggiunge la sua nuova donna, che gli corre incontro felice, avvolgendosi nel fluttuante chador nero: "Come mai l'hai messo?", le chiede lui, "Per poter nasconderci da qualche parte" gli risponde lei invitante. Rahim è un uomo bello, con quello sguardo fragile e umile di chi prima o poi ti fregherà, Farkhondeh (Sahar Goldust) è una donna di imperioso fascino che come tutte le donne del mondo, anche se musulmana, ha in mano la situazione e l'avrà soprattutto alla fine. La sorella di Rahim gli ospita l'amatissimo figlio decenne affetto da balbuzie (in cura da una logopedista), un bambino triste che non alza lo sguardo dal suo tablet, che poi porta sempre con sé il diploma di bontà con cui è stato premiato il padre, e c'è chi vorrebbe usarlo per commuovere i più incerti assetati di buone azioni.
Farhadi ci mostra interni dove le donne portano molto allentata una sciarpa colorata attorno alla testa, nei luoghi pubblici le ragazze sono vistosamente truccate e coi capelli che escono civettuoli dalla sciarpa, non un poliziotto, non un religioso. Non un accenno politico non un gesto di fede. Uomini e donne, anche la coppia innamorata, non sono mai vicini, non si sfiorano mai. Che in Iran ci sia tuttora la pena di morte per impiccagione lo sappiamo, ma non che il denaro possa cancellare la sentenza, e ce lo ricorda la benefattrice che devolve la somma destinata a Rahim per salvare il condannato.









