sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Maria Egizia Fiaschetti

Corriere della Sera, 13 ottobre 2024

JR porta il suo lavoro in un penitenziario della California dove i detenuti sono soprattutto latinos, neri e suprematisti bianchi. “Ma in una gabbia si può cambiare”. Il film è a Napoli. Si interroga sul potere dell’arte come agente di cambiamento il documentario “Tehachapi” del francese JR, 41 anni, che con i suoi collage su scala ambientale realizzati in contesti conflittuali e marginalizzati, dal muro al confine tra Messico e Stati Uniti alla striscia di Gaza, è riuscito a mantenere intatta la funzione pubblica dei graffiti nella babele visiva contemporanea. Il film, che il 16 ottobre sarà presentato al Teatro San Carlo di Napoli nell’ambito del Festival Artecinema, è una sorta di “messaggio in bottiglia” che racchiude una domanda: “Può un pezzo di carta trasformare la realtà?”. La risposta è nelle sequenze girate all’interno del carcere di massima sicurezza di Tehachapi, tra i più violenti della California, dove i detenuti sono quasi tutti latinos, afroamericani e bianchi suprematisti. Prima di confrontarsi con l’amministrazione americana, JR ha provato a sviluppare l’idea nel suo Paese ma non è stato possibile: “Quando ho contattato il governatore della California - racconta - non aveva la minima idea di chi fossi, poi si è ricordato di aver partecipato a un mio lavoro a San Francisco e in tre giorni ho ottenuto il permesso. Ho cercato su Google Earth e ho trovato quello di cui avevo bisogno: un cortile di cemento”. Il piazzale utilizzato come campo da basket ha accolto il maxi poster con i ritratti fotografici dei detenuti che guardano verso l’alto alla ricerca di un contatto con il mondo esterno.

Qual è stato l’aspetto più difficile di lavorare nella prigione di Tehachapi, non soltanto sul piano logistico ma anche per la durezza delle storie che ha ascoltato?

“Non credevo che mi avrebbero autorizzato, forse il sistema carcerario americano non era preparato a un progetto del genere. Magari pensavano: “Ha il permesso, proporrà delle attività, gli servirà questo o quello...”. Non gli ho lasciato il tempo di capire le grandi cose che avremmo fatto ed è stato meglio così, se avessi dovuto spiegare il processo sarebbe stato più complicato. Il problema principale non è stato avere il permesso, ma la realtà della prigione: a volte è capitato che non siamo potuti entrare perché era morto un detenuto o c’erano forti tensioni, allora mi sono reso conto che al di là della zona di sicurezza dove ci era consentito lavorare era il caos e quanto fosse difficile per l’amministrazione gestire la nostra presenza”.

Nel documentario lei mostra le celle di isolamento simili a gabbie dove alcuni detenuti sono stati reclusi anche per lunghi periodi...

“Avevo visto celle simili soltanto nei film americani: pensavo fossero una finzione, che esistessero a Cuba e Guantánamo... Mi ha fatto uno strano effetto trovarle al centro della California, vicino a Los Angeles. Sono rimasto colpito anche dal fatto che molti siano entrati a Tehachapi quando avevano 15 o 16 anni: da ragazzo mi è capitato di commettere errori e non oso immaginare come sarebbe stata la mia vita se fossi finito in galera. Nel gruppo con cui ho collaborato ho conosciuto persone condannate per la legge dei “tre strike” per cui al terzo reato, anche minore, come il furto di un telefonino o una rissa, ti sbattono dietro le sbarre e ti becchi l’ergastolo pur non avendo ucciso nessuno. In questo contesto l’aspetto per me più interessante è come si possa cambiare chiusi dentro una gabbia, la prigione reale e quella che ognuno di noi ha in testa. Durante il progetto ho toccato con mano il cambiamento, ma il punto è chi può vederlo se sei al livello quattro di massima sicurezza e non hai contatti neppure con le guardie. In una situazione del genere se cambi lo fai soltanto per te stesso e il documentario ha voluto fare luce proprio su questo: renderlo visibile all’amministrazione, alle famiglie, alla gente là fuori anche attraverso l’app interattiva che abbiamo creato”.

In Italia si continua a discutere dei limiti del sistema carcerario, non soltanto di quello minorile, anche a fronte dei 62 suicidi registrati quest’anno, 20 in più rispetto al 2023: qual è la sua visione dopo avere sperimentato la crudezza di un posto come Tehachapi?

“Non sono un esperto, posso parlare della mia esperienza. Quando sono arrivato a Tehachapi non sapevo che esistesse un posto così, forse la mia naïveté mi ha permesso di essere più leggero, senza sovrastrutture. Non ho la risposta, io utilizzo l’arte per costruire ponti. Ci avevo provato in Francia ma non ci sono riuscito, è strano che un progetto così folle sia stato realizzato negli Stati Uniti dove la legge è più dura ma un governatore ti dice: “Fai quello che vuoi”“.

Le riprese sono iniziate nel 2019, pochi mesi prima che la pandemia costringesse il mondo all’isolamento: il Covid ha influito sul progetto?

sebbene io sia abituato a lavorare in situazioni di emergenza. Per fortuna ho iniziato il lavoro prima che scoppiasse la pandemia, poi quando non si poteva viaggiare sono rimasto in contatto con alcuni detenuti. Ho capito che lì era tutto più complesso, quanto fosse difficile bloccare la diffusione del contagio in quelle condizioni. Al mio ritorno, un anno e mezzo d’opo, ho trovato un’energia pazzesca e la disponibilità dell’amministrazione carceraria a valutare nuove proposte. Nel frattempo, le storie hanno continuato a diffondersi grazie all’app”.

Con Kevin, uno dei protagonisti del documentario che da ragazzo si è tatuato una svastica sulla guancia, è nata un’amicizia: lei era ad aspettarlo fuori dal carcere il giorno in cui è tornato in libertà...

“Sì, è anche venuto in Francia per l’anteprima del film e ha dormito nella mia casa di New York. Abbiamo viaggiato insieme sul Tgv (il treno ad alta velocità, ndr) e mi ha accompagnato a prendere mio figlio all’uscita di scuola... Lo so, sembra incredibile”.

Una delle scene più emozionanti del film è quando Kevin va a farsi rimuovere con il laser il simbolo nazista...

“È stata una sorpresa anche per me scoprire che la dottoressa che lo ha sottoposto al trattamento fosse ebrea. Non sono uno che prepara troppo i lavori, mi lascio guidare dall’istinto. Quando comincio un progetto incrocio spesso persone che sembra siano arrivate con una naturalezza e un tempismo perfetti per dare il loro contributo: anche grazie a questi incontri ho compreso il potere dell’arte”.

Lei interviene da sempre in contesti di fragilità sociale o ad alto tasso di conflittualità: perché, da artista, ha scelto di lavorare in situazioni difficili?

“Perché sono cresciuto in un ambiente simile. Quando sperimenti l’impatto dell’arte sulla società non riesci più a tornare indietro, diventa un’ossessione. Io non sono un’organizzazione umanitaria e con l’arte c’è sempre la possibilità di fallire: provo a realizzare un progetto in un carcere e magari non succede nulla, ma se si innesca il cambiamento allora mi appassiona capire quale sia stato il motore e in che modo l’arte abbia influito”.