di Gianluca Abate
Corriere del Mezzogiorno, 27 aprile 2015
Il protagonista sarà Fortunato Cerlino, il boss Savastano della serie "Gomorra". Sarà Fortunato Cerlino - l'attore che impersona il boss Pietro Savastano nella serie di Sky Gomorra - il protagonista del film su Gelsomina Verde, torturata e bruciata durante la fida di Scampia alle 00.35 del 22 novembre 2004 dagli uomini del clan Di Lauro che volevano sapere da lei dove si nascondesse uno Scissionista.
Il progetto cinematografico, ideato da Gianluca Arcopinto e diretto da Massimiliano Pacifico, è del Collettivo Mina, il laboratorio nato a Scampia che vede impegnati i ragazzi delle Vele. La vittima di quella barbarie sarà interpretata da Maddalena Stornaiuolo. La tragica fine di Mina fu raccontata anche in due episodi di Gomorra la serie. Molti, in quell'occasione, si chiesero se fosse una vicenda vera o inventata. E, per questo, il 5 giugno 2014 decidemmo di raccontarla un'altra volta. La ripubblichiamo qui sotto. Per non dimenticare.
L'idea di (ri)scrivere la storia di Gelsomina Verde, la ragazza torturata e bruciata durante la faida di Scampia, m'e venuta guardando le due puntate della serie Gomorra dedicate al suo caso. Anzi, ad essere più precisi, m'è venuta leggendo le decine di tweet di chi chiede se la vicenda è vera, quali sono i dettagli, che fine ha fatto il processo. Ho pensato, leggendo quei messaggi, che molti, troppi, questa storia non la conoscono o non la ricordano. E, dunque, che è giusto raccontarla di nuovo. Ché quello di Mina non è un semplice omicidio di camorra. È un manifesto della barbarie. E non va dimenticato. Mai.
Serviva un mostro, per uccidere Mina. E, non a caso, "mostro" era il soprannome che a Scampia avevano affibbiato a Ugo De Lucia, killer del clan allora guidato da Cosimo Di Lauro, "uno che fa paura solo a guardarlo", lo Stachanov del delitto capace di commettere tre omicidi in appena 14 ore e 20 minuti. Il primo alle 10.15, l'ultimo alle 00.35. Ricordatela, quest'ora. È quella in cui Mina sarà bruciata. È il 22 novembre. Il lunedì è appena iniziato. Corre l'anno di camorra 2004. Mina è (era) Gelsomina Verde. Ha ventidue anni, i capelli neri lisci, un sorriso che mette in mostra i denti candidi e una passione per i cerchi, quei grandi orecchini che conserva in una scatola nella sua stanza. Lavora in una fabbrica di pelletteria. Ed è una ragazza "a posto".
Forse è per questo che, dopo un po', interrompe la sua relazione con Gennaro Notturno. L'ha amato, Mina. Ma poi lui è entrato nel Sistema, ha fatto un paio di lavoretti, qualche viaggio, ha scalato la gerarchia. E così la storia è finita, anche perché la situazione sentimentale di Gennaro è complicata. Ora Gelsomina, quando finisce il turno, non corre più da lui. Si dedica al volontariato, piuttosto. E aiuta anche gli ex detenuti. Uno di loro, Pietro Esposito, sarà proprio quello che la tradirà. Lo chiamano Kojak, ché ha il cranio rasato come l'attore del telefilm. Ha trentott'anni, e fa il criminale da quando ne aveva sedici.
Tentato omicidio, spaccio di droga, furto, ricettazione, detenzione di armi, rapina. Roba da stare in cella a lungo, e infatti Pietro Esposito in carcere ci sta. Solo che poi, il 19 novembre, esce. Scarcerato grazie all'indultino, sperando che fili dritto. Lui, invece, fila dritto dai suoi vecchi complici. Rientra nel Sistema. E, due giorni dopo, il clan gli affida una missione. Sarà l'ultima. Deve attirare Mina in trappola, Pietro Esposito. Ché lui è uomo fedele al clan Di Lauro, e quel clan ora vuole sapere dove si sia andato a nascondere Gennaro Notturno, uno che con il fratello Vincenzo è passato dalla parte di quelli che chiamano Scissionisti o Spagnoli, perché il loro capo s'è rifugiato in Spagna.
Gelsomina, con Gennaro, non c'entra più nulla. Non lo frequenta, non lo vede, non lo sente. I boss, però, sono convinti che sappia dove si trova. E decidono di farla parlare. Il problema, per loro, è che "Mina ha paura di Ugo De Lucia anche se lo vede da lontano", e allora per aggirare l'ostacolo chiamano Kojak. La conosce, sono amici. Così, quando la chiama e le dice che è appena uscito dal carcere, Gelsomina accetta subito di vederlo. Lui, a quell'appuntamento, la "intrattiene". Poi va via. Quello che segue è lavoro per Ugo De Lucia. Il mostro.
La tortura per ore, il killer del clan Di Lauro. Vuole sapere chi è questo Gennaro Notturno, uno che a Scampia è arrivato da Barra, e quelli della paranza neppure sanno che faccia ha. E poi vuole un indirizzo, un quartiere, un luogo. Mina, però, dov'è il suo ex fidanzato non lo sa. O forse lo sa ma non lo vuole dire, ché lei e Gennaro non s'ameranno più, ma condannarlo a morte no. Resiste a tutto. I calci, i pugni, le sevizie.
È una tortura che immaginare è impossibile. E, se siete tra quelli che hanno parlato di "pugno nello stomaco" dopo aver visto le due puntate di Gomorra su Sky, bè allora sappiate che il pm che indagò sul delitto le definisce "edulcorate". La storia di Mina, quella vera, è la cronaca di un martirio. E si conclude con un colpo di pistola alla nuca. Gli altri, quelli non li sentirà. E non saprà mai neppure che il mostro dopo la infila in una Fiat Seicento e brucia il suo cadavere all'interno dell'auto per cancellare le tracce dello scempio. Se la storia non fosse già schifosa di suo, bisognerebbe aggiungere anche che Gelsomina ha accudito i figli dell'uomo che l'ha tradita (Esposito) e ha fatto da baby sitter al nipote del suo carnefice (De Lucia).
Quattro giorni dopo, il 26 novembre 2004, i carabinieri fanno irruzione a via Parascandolo, rione Perrone, Scampia. C'è la casa di Pietro Esposito, lì. E l'arrestano. Kojak, seduto davanti al pm Giovanni Corona, tenta l'ultima difesa: "Io con questa storia non c'entro nulla". È una balla che non regge. Dopo cinque giorni, il direttore del carcere di Poggioreale Salvatore Acerra telefona al magistrato. È mezzanotte e mezzo. E, per la prima volta, gli dà del tu: "Giovanni vieni, Esposito si è pentito".
Mezz'ora dopo - quando entra nel penitenziario illuminato a giorno - Corona passa tra due ali di agenti della polizia penitenziaria. Applaudono, ché la storia di Mina è roba dura da mandar giù anche per chi con l'orrore ci convive per lavoro. Pietro Esposito, nella sala degli interrogatori, aspetta il pm. "Io sono solo un mariuolo, non un camorrista". Racconta tutto, il pentito. Solo che, quando il 7 dicembre polizia e carabinieri vanno a arrestare Ugo De Lucia, non lo trovano più. È fuggito, prima che dalla giustizia, dalla vendetta degli Scissionisti.
S'è rifugiato in Slovacchia. E lì, il 23 febbraio, lo scova la polizia. Lo fermano mentre rientra in albergo a Poprad, un posto sbagliato per andare a parlare di morte e cadaveri tra i turisti dell'Est. Ha ventisei anni, capelli rasati, jeans e giubbotto di pelle nera e lo sguardo perso nel vuoto. Non grida, il mostro. Lui che, invece, dopo ogni omicidio amava urlare "ho fatto un altro pezzo". I pezzi sono i nemici eliminati. Sono persone. Il pezzo è anche Gelsomina Verde.
Il resto, è storia giudiziaria. Il 4 aprile 2006 Ugo De Lucia viene condannato all'ergastolo, Pietro Esposito a 7 anni e 4 mesi (poi ridotti a 6 in appello) perché "non voleva uccidere la ragazza". Il 12 dicembre 2008 condannano all'ergastolo anche Cosimo Di Lauro, accusato di essere il mandante dell'omicidio, e lo stesso Di Lauro risarcisce con 300.000 euro la famiglia di Gelsomina. La sentenza, però, viene ribaltata in appello, e il 12 aprile 2012 il boss viene definitivamente assolto.
(Post scriptum. Marco D'Amore, in tv, ha vestito i panni del carnefice di Mina, che in "Gomorra" è Manu. Fa l'attore, è il suo lavoro. Ma, questa volta, è stato più difficile del solito. "Ho sofferto profondamente a girare quella scena". Ché, per certe storie, non basta un telecomando a spegnere il ricordo dell'orrore).










