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di Maurizio Porro

Corriere della Sera, 26 maggio 2025

Dopo “Il colpevole”, tutto chiuso in un centralino d’emergenza della polizia, ecco un’altra prova di equilibrismo narrativo dello svedese naturalizzato danese Gustav Möller, assistente di Lars Von Trier, che in “Sons”, pur titolandola ai figli, racconta una storia di madri infelici, della presenza-assenza dei figli. I suoi film sono singolari salti nel vuoto e qui lo spazio carcerario è il luogo ideale per dibattere il senso e il modello della prigione e la sua funzione: si crede nel perdono o nel reinserimento? In questo racconto molto coinvolgente, il punto di vista è davvero unico, la visuale della prigione è personale, se mai si pensa alla serie spagnola “Vis à vis” ma non ai classici delle fughe da Alcatraz e dintorni. La protagonista è Eva, guardia carceraria modello, anche lei a suo modo “detenuta” che non vediamo mai fuori dalla prigione, ma che improvvisamente si fa trasferire da un reparto “normale” a un altro violentissimo e pericoloso, dove il suo essere “madre” dei prigionieri, sfidando ogni archetipo, avrà difficoltà, dubbi, ripercussioni.

Soprattutto verso Mikkel, un giovane detenuto che lei inizia a perseguitare con piccole vendette perché entrambi sono vittime di uno stesso capitolo angosciante del destino che ha visto Eva perdere il figlio. La domanda è: di chi è la colpa? Dell’assassino, chiaro, ma meno individuabili sono le ragioni profonde, il senso sociale di una mancata educazione. Ogni giorno, rischiando in prima persona, Eva fa rimbalzare perdono e vendetta finché nell’ultima scena si troveranno faccia a faccia due madri, ugualmente innocenti, ugualmente colpite dalla sorte: c’è un’assenza a tavola, ed è un pezzo del passato che condiziona la vita di tutti.

L’incontro delle madri è lo snodo finale di un incubo, girato in vari luoghi, un carcere abbandonato presso Copenaghen, una fabbrica in disuso, i cunicoli di un ospedale in disuso. Tutti requisiti per allestire, con Freud aiuto regista, uno di quei drammi spirituali di cui i nordici hanno il copyright, arricchendo di annotazioni personali la psicologia e la psicoanalisi. La verità è che il legame materno, anche nella sua assenza, attraversa tutto il film che adopera attori eccezionali (Sidse Babett Knudsen e Sebastian Bull, infantile e pericoloso insieme) nel dosaggio delle sfumature e negli attacchi violenti di rabbia.