di Enrico Mingori
The Post Internazionale, 13 maggio 2022
Inefficaci le misure adottate dalla politica. Lo dicono i numeri. Lo scorso gennaio la Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per il trattamento riservato a un detenuto con problemi psichiatrici, costretto alla reclusione in un carcere ordinario nonostante più tribunali ne avessero ordinato il trasferimento in un centro di cura: le autorità non sono state in grado di trovargli un’alternativa.
Ma questo è solo l’ultimo episodio di una lunga serie di sentenze europee che hanno bocciato il nostro sistema penitenziario, in primis a causa del sovraffollamento delle carceri. Se, come diceva Voltaire, “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, allora l’Italia non può ancora dirsi un Paese civile. Cinquant’anni di interventi legislativi - spesso emergenziali - non sono riusciti a realizzare pienamente quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).
Ancora oggi le persone recluse sono il 15% in più dei posti disponibili, e il tasso di suicidi dentro le carceri è di 13 volte più alto che all’esterno. Spendere soldi pubblici per migliorare le condizioni di vita dei detenuti non porta voti, e così - anziché allestire finalmente spazi adeguati e dignitosi per chi è recluso in carcere - la politica ha preferito limitarsi a provvedimenti di indulto e amnistia o a qualche timida depenalizzazione. E poca efficacia hanno avuto anche le misure per il reinserimento nella società dei detenuti, se è vero che il 62% degli attuali detenuti è recidivo.
Ma qualcosa si muove. Alla fine dello scorso anno la Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario, voluta dalla ministra Cartabia e presieduta dal professor Marco Ruotolo, ha depositato una relazione che suggerisce 8 linee guida di intervento e 35 azioni amministrative. A cominciare da “uno stanziamento straordinario per l’adeguamento delle stanze e dei servizi igienici”, fino alla formazione del personale penitenziario, all’impiego di nuove tecnologie e alla “equiparazione del lavoro dei detenuti al lavoro delle persone libere”.









