di Simona Musco
Il Dubbio, 26 agosto 2026
La decisione della Cassazione sul caso di Rocco Femia, accusato di essere un membro del clan. Rocco Femia ha passato 5 anni e 10 giorni in carcere prima di essere definitivamente assolto per non aver commesso il fatto. Ma non avrà alcuna riparazione per l’ingiusta detenzione subita. Lo ha stabilito la Cassazione, respingendo la richiesta del sindaco di Marina di Gioiosa Jonica, arrestato all’alba di un giorno di maggio del 2011 e tornato definitivamente libero dieci anni dopo. Accusato di essere un membro del clan Mazzaferro, Femia era stato condannato a dieci anni nei primi due gradi di giudizio. Poi la Cassazione ha disposto un nuovo processo d’appello, “declassando” l’accusa a concorso esterno in associazione mafiosa. E il giudizio di merito si è concluso con un’assoluzione, sentenza non impugnata dalla procura, a 10 anni dall’arresto.
L’amministrazione Femia era stata spazzata via a metà mandato e sulla vicenda si erano accesi, oltre al faro della procura, anche quello della Prefettura. Dieci anni dopo, Femia è stato rieletto sindaco di Marina di Gioiosa Jonica con un voto quasi plebiscitario, chiedendo allo Stato di riconoscergli la riparazione per gli anni trascorsi in carcere, in condizioni detentive indecenti. Eppure, secondo i giudici, l’assoluzione non basta. La motivazione della Cassazione si fonda su un principio diverso da quello utilizzato nel processo penale. Per negare la riparazione - per la quale anche la procura aveva dato parere favorevole - non era necessario dimostrare che Femia avesse commesso il reato per il quale era stato arrestato. Era sufficiente, secondo i giudici, accertare che la sua condotta avesse contribuito, con grave imprudenza, a determinare la misura cautelare.
È qui che si concentra il paradosso della vicenda. La Corte d’Appello, nel pronunciare l’assoluzione, era stata molto netta: quello raccolto contro Femia era un “quadro probatorio del tutto privo di significatività ai fini del giudizio di colpevolezza dell’imputato per una contestazione di estrema gravità, quale quella di concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso”. Non solo. I giudici hanno passato in rassegna gli atti compiuti dall’amministrazione, giungendo alla conclusione che andavano nella direzione opposta rispetto agli interessi del clan. Erano, si legge in sentenza, attività “finalizzate a contrastare il fenomeno mafioso ed improntate al rispetto della legge, del tutto confliggenti con gli interessi del gruppo criminale”.
Tra queste la scelta, compiuta subito dopo l’insediamento, di affidare alla Stazione unica appaltante provinciale tutti gli appalti pubblici, sia quelli sopra i 150 mila euro sia quelli di importo inferiore. Un passaggio che i giudici hanno considerato rilevante nel valutare la condotta dell’amministrazione, perché sottraeva al Comune la gestione diretta delle procedure di affidamento, sottoposte preventivamente anche al controllo della Prefettura. Il Comune aveva inoltre acquistato mezzi idonei a eseguire autonomamente lavori di piccolo importo, così da evitare il ricorso a imprese esterne attraverso la procedura della somma urgenza. Erano stati inoltre sequestrati e affidati in custodia gli animali rinvenuti sui terreni di proprietà dei clan. E tra gli episodi ricordati dalla Corte d’Appello c’era anche l’ordine di demolizione di una stalla costruita abusivamente da un esponente della famiglia Mazzaferro.
Per i giudici di secondo grado, dunque, non emergeva una condotta dell’amministrazione riconducibile agli interessi del gruppo mafioso. Il punto decisivo, però, è che non basta una semplice vicinanza agli esponenti del gruppo mafioso né l’accettazione di un sostegno elettorale per parlare di concorso esterno. Reato che richiede un “vero patto” attraverso il quale l’uomo politico, in cambio dell’appoggio elettorale, si impegna a sostenere le sorti dell’organizzazione criminale con un contributo idoneo a rafforzarla o consolidarla.
Di quel patto, secondo la sentenza di assoluzione, non c’è alcuna prova. I contatti tra Femia e Rocco Mazzaferro, suo lontano parente, ritenuto capo della cosca locale (anche se incensurato all’epoca dei fatti) non bastano per ritenerlo colpevole delle accuse. Ma bastano, secondo la ricostruzione fatta propria dalla Cassazione, a negare qualsiasi riparazione per i cinque anni trascorsi in carcere: Femia, che per affrontare il processo ha dovuto vendere la propria attività, mentre i figli subivano le conseguenze di quella carcerazione vedendosi sbarrare ogni porta alla quale hanno bussato per costruirsi un futuro, sarebbe stato consapevole del ruolo criminale attribuito a Mazzaferro e ne avrebbe sfruttato l’autorevolezza. Quei contatti erano, insomma, sufficienti a configurare una condotta gravemente imprudente, capace di “contribuire” alla misura cautelare. Eppure, nella stessa sentenza di assoluzione, sono riportate anche le dichiarazioni di alcuni esponenti delle forze dell’ordine che, sentiti durante il processo, esclusero contatti e frequentazioni illecite del sindaco. Sta tutta qui la contraddizione del caso Femia.









