di Bruno Ferraro*
Libero, 22 dicembre 2022
Dopo aver letto le linee programmatiche esposte in Commissione dal neo ministro della Giustizia Carlo Nordio, mi è tornata alla mente la celebre di Nino Manfredi: “Fusse che fusse la volta bona?”. Augurando al ministro di farcela e di non arenarsi come troppe volte successo ai suoi predecessori nella storia della Repubblica, esamino a volo d’uccello i punti toccati dal ministro.
Riforma del Codice Vassalli di procedura e del Codice penale sostanziale. Vanno rivisti alla luce della Costituzione, ripristinando un minimo di certezza della pena, ridefinendo le pene alternative, rivedendo i benefici carcerari, controllando lo stato di vivibilità e di efficienza dei luoghi di detenzione, approfondendo il trattamento che si pensa di assicurare agli ammalati psichici oggi beneficiari di assoluzioni per aver agito in assenza della sanità mentale ma contemporaneamente rimessi in società senza i doverosi controlli.
Intercettazioni. Faccio completamente mie le parole del ministro: “Profonda revisione della disciplina; rigorosa vigilanza su ogni diffusione arbitraria ed impropria; no alla diffusione selezionata e pilotata divenuta un micidiale strumento di delegittimazione personale e spesso politica”. Mi permetto di suggerire, quando necessario, una verifica sulle Procure, dal cui interno partono spesso le fughe di notizie, nell’ambito di rapporti preferenziali con alcune testate giornalistiche.
Presunzione di innocenza ed abuso della custodia cautelare. Vanno di pari passo perché la custodia viene spesso, troppo spesso, usata “come surrogato temporaneo dell’incapacità dell’ordinamento di mantenere i suoi propositi”, in palese contrasto con la presunzione di innocenza stabilita dalla Costituzione. Lo Stato italiano continua a pagare pesanti risarcimenti per custodie cautelari eccessive o non giustificate. Inoltre, troppi detenuti in custodia cautelare affollano le nostre carceri accentuandone la situazione di invivibilità.
Obbligatorietà dell’azione penale. È diventata dice il ministro “un intollerabile arbitrio, usata come strumento di pressione investigativa, da parte di un pm che può indagare nei confronti di tutti senza rispondere a nessuno”. Se è vero che non si può scindere il concetto di potere con il principio di responsabilità, occorre cambiare la collocazione del pm, se del caso modificando la Costituzione per evitate che tra gli indagati esistano figli e figliastri e per limitare la discrezionalità che caratterizza l’operato di gran parte delle Procure.
Separazione delle carriere. La nostra Costituzione aveva visto giusto quando aveva distinto il giudice (autonomo, indipendente ed inamovibile) dal pm. Diverso è il molo delle due figure, diversa deve essere la disciplina delle loro responsabilità in caso di mala gestione. Si tratta di un principio di civiltà applicato da molti Paesi in maniera più consona ma che in Italia continua ad incontrare opposizioni preconcette. *Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione










