di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 21 maggio 2026
Un dramma che si consuma “nel silenzio generale”. È la denuncia di don Paolo Selmi, presidente di Fondazione Casa della Carità a Milano, unita a un forte appello alla politica contro “chi pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri”. Il progetto sperimentale tra Fondazione e carcere di San Vittore. “Una società che pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri non si interroga sulle cause profonde dell’esclusione sociale e del disagio. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità, e il silenzio sul cercare non fa bene alla democrazia”.
Lo ha detto don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità di Milano, dopo l’ultimo suicidio nelle carceri italiane: cinque solo nell’ultima settimana, uno dei quali a San Vittore nonostante la Fondazione stessa vi sia presente con alcuni suoi operatori nella sezione destinata a persone ad alto rischio. Il segno di un disagio e di una sofferenza che sono lo specchio del malessere sempre più diffuso in tutta la società, come i fatti di cronaca quasi quotidianamente ci ricordano, ma che nelle carceri è naturalmente moltiplicato”.
La Fondazione Casa della Carità è in questo sento uno dei punti di osservazione notevoli operando da anni - dentro e fuori gli istituti penitenziari - con progetti sociali, educativi e culturali che promuovono percorsi di reinserimento, ascolto e accoglienza delle persone detenute. Una goccia come mille in tutta Italia, e va detto, salvo il fatto che in proporzione ce ne vorrebbero non solo un miliardo ma soprattutto accompagnate da attenzione, risorse e volontà strutturali: politiche, come si diceva una volta.
Così invece negli ultimi mesi, in accordo con la Casa circondariale Milano San Vittore, la Fondazione ha avviato in via sperimentale un progetto di presenza educativa all’interno della sezione riservata alle persone ad alto rischio suicidario o in fase di grave scompenso psichico. Quattro operatori della Fondazione condividono un pomeriggio alla settimana con i detenuti della sezione, vivendo momenti semplici di relazione e ascolto. Un’esperienza che, dopo questa prima fase, diventerà un progetto strutturato condiviso con la direzione del carcere. E anche per questo “l’ultima persona che si è tolta la vita a San Vittore - spiega don Paolo - ci ha colpito profondamente. Perché la conoscevamo bene. Entrando regolarmente negli istituti penitenziari, i nostri educatori incontrano i detenuti, parlano con loro, costruiscono relazioni. Per noi le persone private della libertà non sono numeri o soggetti anonimi, ma individui con una storia, una fragilità, una sofferenza”. Di qui la richiesta formale, da parte di Casa della Carità, a “tutti i soggetti del dibattito pubblico di porre maggiore attenzione a una situazione che continua a consumarsi nel silenzio generale”. Con le parole del presidente don Selmi: “Questo senso di indifferenza verso il carcere non fa bene alla nostra città né al nostro Paese, perché rende invisibili problemi che invece riguardano ogni cittadino. Nei penitenziari italiani riscontriamo continuamente sovraffollamento, degrado strutturale, sofferenza psichica e mancanza di percorsi reali di accompagnamento e reinserimento. Ignorare questa realtà significa accettare che il carcere diventi solo un luogo di abbandono e disperazione”.
La Fondazione ha richiamato anche le parole pronunciate dall’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel suo ultimo Discorso alla città, quando ha denunciato come le condizioni di detenzione rischino di tradire il dettato costituzionale e di alimentare rabbia, umiliazioni e risentimento invece di favorire responsabilità e recupero. “La risposta - conclude don Paolo - dovrebbe essere quella di investire con coraggio nelle misure alternative, nell’esecuzione penale esterna, nell’accompagnamento educativo e nel sostegno alle fragilità psichiche e sociali. Le esperienze maturate negli anni dimostrano concretamente come le misure alternative alla detenzione e lo scambio tra dentro e fuori, attraverso il volontariato e le iniziative culturali, siano non solo più dignitose, ma anche più efficaci nel ridurre la recidiva e nel costruire sicurezza reale per la collettività. Occorre mettere realmente al centro la dignità della persona detenuta, la cura della sofferenza mentale, il reinserimento e la responsabilità condivisa. Perché parlare di carcere significa parlare anche della qualità della nostra democrazia”.











