di Diletta Belotti
L’Espresso, 19 luglio 2024
Combattere contro la violenza di genere e volere la fine del carcere non sono cose in contraddizione. Il 12 luglio scorso, Fabiano Visentini si suicida in carcere tramite l’inalazione di una delle bombolette di gas che vengono usate per i fornellini da cucina in dotazione nelle celle. Pochi giorni prima aveva iniziato uno sciopero della fame per ricevere i farmaci antalgici che gli erano stati negati. Visentini era detenuto da undici anni nel carcere di Montorio per l’omicidio della sua convivente. Ogni suicidio in carcere è un omicidio di Stato. A chi immagina un mondo senza carcere si dice, beffardi: “Ah, scacco matto! Deciditi: o le carceri o i violenti a piede libero!”.
Mentre serve il suicidio di un femminicida in cella per comprendere cosa significhi dominio nella nostra società. Una critica al sistema carcerario ci obbliga a un’analisi e a una critica al sistema economico, politico e sociale con cui è in relazione, quindi anche al potere che controlla le relazioni di genere. Riconoscere una società che sorveglia e punisce e un carcere che pulisce la società di tutti coloro che non producono, disobbediscono, trasgrediscono. Soprattutto coloro che commettono violenze contro le donne e contro i minori e questo di solito mette tutti d’accordo sull’utilità, anzi la centralità, del carcere nelle società odierne.
Dieci anni fa, dunque, un uomo uccide la sua compagna. Chiedo alle mie sorelle di smettere di leggere qui, chiedo agli altri di continuare. Visentini uccide Alba Varisto a calci e pugni e le incide una x di 30 centimetri sul petto con un oggetto tagliente. Jude Doyle ne “Il mostruoso femminile” argomenta che forse l’interesse specifico di così tante donne per il noir derivi dal volerci preparare a tutti i modi in cui la cultura patriarcale può ucciderci. Pare che, all’arrivo dell’ambulanza, Visentini si accanisca sul corpo di Varisto, convinto che fosse ancora viva, che gli avesse parlato un attimo prima; mentre era morta da almeno venti ore.
La stampa romanticizza l’uomo che ama troppo, preso dal raptus, ma poi pentito, disperato. Pensando a Visentini, a cui è stato poi riconosciuto il vizio parziale di mente, con un passato di tentativi suicidari, bisogna pretendere un accesso gratuito e capillare alle cure mediche e psichiatriche. Questo non esclude il ripetere, all’infinito, che “il femminicida, il molesto, lo stupratore non è malato, ma figlio sano del patriarcato”.
L’aggressione nei confronti dei corpi femminilizzati ha il suo ruolo politico nel controllarli. La molestia, lo stupro e il femminicidio non sono disgrazie personali, ma un’esperienza di dominio condivisa da tutte le soggettività che semplicemente subiscono il patriarcato o che divergono da questo, che se ne sfilano e lo combattono. È un sistema di dominio che uccide tutti i suoi nemici e ne tiene in vita alcuni per mostrare il suo potere (quelle che in gergo chiamiamo “le maskie”).
Infatti, il potere della cultura patriarcale (e capitalistica) sta nell’insinuarsi e dominare coloro che opprime e di renderle strumenti del suo stesso potere. Posso dire: “Aboliamo le prigioni”, mentre grido “giustizia per Alba”, mentre affermo “suicidio in carcere/omicidio di Stato”, mentre dico “sorella non sei sola”.
Posso tenere le file di direzioni complesse, ostinate e contrarie e pretendere che si accordino nella mia visione del mondo. Perché la verità è che non esiste, ancora, un luogo sicuro, dentro e fuori le carceri, sotto questi sistemi di dominio, sotto la violenza istituzionalizzata e sistemica della povertà, della violenza di genere e del razzismo.











