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di Paola Balducci

Il Dubbio, 23 giugno 2025

C’è una differenza evidente - e per certi versi sconcertante - tra il modo in cui l’opinione pubblica ha assistito ai casi di Garlasco e di Avetrana. Due vicende accomunate dalla drammaticità e dalla centralità mediatica, ma per certi versi diverse per esito, approccio investigativo e atteggiamento comunicativo. Il caso Avetrana ha lasciato dietro di sé un rumore costante, un eco infinito di trasmissioni, commenti, ricostruzioni e contro-ricostruzioni, fino alla sentenza definitiva che ha sancito colpe e responsabilità. Il caso Garlasco, invece, sembra sospeso in un tempo incerto, dove tutto è stato detto e nulla è mai veramente concluso. Un processo che torna ciclicamente a occupare lo spazio mediatico, tra sentenze ribaltate, nuove perizie, riaperture, eppure mai del tutto chiuso.

Il silenzio, qui, è quello dell’incertezza. Un silenzio che pesa più di mille parole. E intanto, tutto è cambiato. Non siamo più negli anni dei primi plastici in tv: siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, della profilazione algoritmica, delle simulazioni digitali di scene del crimine, delle ricostruzioni tridimensionali dei movimenti corporei e della biometria avanzata. Il processo penale si confronta oggi con strumenti nuovi, precisi, capaci di rivelare dettagli che una volta erano semplicemente inaccessibili, e tutto questo apre scenari impensabili fino a pochi anni fa. Ma c’è un punto che merita attenzione: queste tecnologie non si applicano solo ai reati futuri. Sempre più spesso, vengono utilizzate per riesaminare casi del passato. Ed è proprio questo uno degli snodi centrali nel caso Garlasco.

Il riesame delle prove “vecchie”, alla luce di strumenti “nuovi”, impone interrogativi delicati: possiamo considerare davvero affidabili elementi raccolti vent’anni fa con tecniche oggi superate? Possiamo riscrivere un processo a partire da una nuova perizia fondata su metodi non disponibili all’epoca? Sì, possiamo. E forse, a volte, dobbiamo. A condizione però che il lavoro sia rigoroso, scientifico, verificabile. Il pericolo è duplice: da un lato, affidarsi con troppa leggerezza a suggestioni tecnologiche; dall’altro, scambiare l’innovazione per certezza, come se il dato tecnico fosse sempre neutro e infallibile.

La tecnologia è un mezzo, non una verità. E come tale va trattata: con rispetto, ma anche con prudenza. Il punto è che l’intelligenza artificiale e le tecnologie forensi possono davvero aiutare la giustizia, ma solo se inserite in un quadro di regole chiare e valide per tutti. Servono protocolli condivisi, formazione per magistrati e difensori, trasparenza metodologica. Altrimenti, il rischio è che queste innovazioni si trasformino in armi a doppio taglio: capaci di ribaltare verità consolidate, ma anche di produrre nuovi fraintendimenti.

E qui ritorna il cuore della questione: quando un processo si fonda su indizi, e non su prove dirette, la qualità del lavoro iniziale fa la differenza tra giustizia e incertezza eterna. Se le prime indagini sono state affrettate, condotte senza strumenti adeguati, senza l’approfondimento necessario, tutto ciò che viene dopo - anche l’innovazione più raffinata-rischia di essere un’aggiunta sterile, o peggio, un tentativo disperato di rimediare a un errore originario. In questo scenario, la battaglia mediatica non aiuta, anzi.

L’ossessione per la narrazione, il bisogno di trovare “il colpevole” da mostrare al pubblico, la corsa alla dichiarazione più efficace finiscono per interferire con il processo stesso, alterando la percezione collettiva e, talvolta, anche quella degli operatori coinvolti. La giustizia non ha bisogno di clamore, ma di metodo. Non di sensazioni, ma di verifiche. La sfida è tutta qui: integrare le potenzialità della tecnologia senza cedere al fascino della semplificazione, mantenendo intatto il rigore del metodo giuridico.

Il caso Garlasco, con tutte le sue ombre e le sue incertezze, ci costringe a fare i conti con questa tensione: tra ciò che la giustizia dovrebbe essere e ciò che rischia di diventare sotto i riflettori. La risposta finale, a distanza di anni, è ancora quella più amara e meno televisiva: il dubbio. Un dubbio che non fa audience, ma che pesa - e deve pesare - fino all’ultima parola scritta in una sentenza. Alla fine, la vera linea di confine non è tra il passato e il presente, ma tra ciò che aiuta davvero la giustizia e ciò che la confonde.