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di Goffredo Buccini

Corriere della Sera, 22 maggio 2024

Il tema della sicurezza interessa tutti. Ma la destra non ha soluzioni ed enfatizza il problema. E la sinistra non avendo soluzioni prova a nasconderlo. È il momento di cambiare. Forse verrà perfino un tempo in cui convocare gli stati generali sull’immigrazione: destra, sinistra e centro, senza etichette. Magari a Milano, che da sempre accoglie chi bussa per farne una parte di sé. Il buonismo è di sinistra e il cattivismo è di destra? Parafrasando liberamente il grande Gaber, sembra esserselo chiesto qualche giorno fa Beppe Sala, quando Milano è finita sotto i riflettori nazionali per l’ennesimo caso di cattiva immigrazione tracimato in cronaca nera: l’accoltellamento di un coraggioso viceispettore di polizia aggredito da uno sbandato marocchino che non doveva trovarsi fra noi, in quanto gravato da condanne varie e, soprattutto, da ordini di espulsione mai rispettati.

E cos’è, poi, la sicurezza? Un faccenda di sinistra o di destra? Di fronte al ventennale, pericoloso girovagare di Hasan Hamis sul nostro territorio, senza mai una bussola d’integrazione a distoglierne i passi dal sottobosco del microcrimine, il sindaco della città più accogliente e più pragmatica d’Italia s’è dato qualche risposta: basta ideologie, ha detto in una bella intervista al nostro Maurizio Giannattasio.

Tra buonisti di sinistra e cattivisti di destra il sistema migratorio non è mai stato affrontato seriamente, ha spiegato. Riservando dure critiche alla destra e ai suoi slogan fasulli (dal bluff dei porti chiusi a una tolleranza zero fatta di chiacchiere) Sala, “da uomo di sinistra”, s’è tuttavia dichiarato stufo marcio dei balbettii della sua parte politica proprio sulla questione sicurezza: “Dobbiamo essere propositivi”. La novità, non piccola, sta appunto qui.

Perché, appena esploso il caso Milano, si sono sprecati i consueti rimpalli sulle colpe, stavolta tra un governo centrale di destra e un’amministrazione locale di sinistra (ma, statene certi, a parti invertite la scena non cambierebbe d’una virgola). Il passo avanti del sindaco verso un’assunzione matura di responsabilità introduce un elemento di riflessione e, addirittura, una possibilità: che il caso Milano vada a tramutarsi, chissà, un giorno o l’altro, in un modello Milano. Una via finalmente seria e bipartisan per ragionare insieme di accoglienza e fermezza, due termini che nella gestione dell’immigrazione non vanno contrapposti ma, piuttosto, bilanciati con buonsenso.

La brutta storia di Hamis è illuminante a riguardo. Quando è entrato in Italia per intraprendere la sua vita clandestina, c’era al governo Berlusconi e Grillo faceva il comico. Dodici esecutivi, d’ogni formula e colore, si sono susseguiti. Lui, nel frattempo, accumula ventidue alias (ma viene sempre identificato grazie alle impronte) e tre provvedimenti di espulsione (2004, 2012, 2023): l’ultimo perché nel Centro per il rimpatrio cui sarebbe destinato, non c’è posto. Dunque, gli mettono in mano l’ennesimo invito a lasciare cortesemente il Paese entro sette giorni. Tutti sanno che quel foglietto è una farsa. Lui rientra così in quel magma di centinaia di migliaia di invisibili che si trascinano nelle nostre stazioni, nei nostri parchi, nei sottopassi delle nostre tangenziali, “non luoghi” dove vivere una non vita: fino all’incidente, più o meno grave, che trasforma l’invisibile in attore della cronaca nera.

L’ex capo della polizia Franco Gabrielli, ora delegato del sindaco Sala alla sicurezza e alla coesione sociale, ha rammentato sul Foglio che “per arrivare alle espulsioni tutto passa per gli accordi con i Paesi per il rimpatrio”. Ma ne abbiamo troppo pochi, vanno implementati, bisogna lavorarci e non è gratuito (perché quei Paesi vanno motivati a riaccogliere non proprio la loro meglio gioventù). Matteo Salvini fece fare alla sua Lega il grande balzo del 2018-19 promettendo agli italiani che avrebbe rimpatriato in breve mezzo milione di irregolari: al ritmo con cui procedeva nei rimpatri, si calcolò che ci avrebbe messo più di ottant’anni. Dall’opposizione Giorgia Meloni ha ripetuto per dieci anni che bastava un blocco navale nel Mediterraneo per risolvere il problema: arrivata al governo ha capito che le cose sono più complesse, ha aperto con l’Europa trattative in Africa, ha varato un Piano Mattei pieno di prospettive visionarie ma irto difficoltà da superare. La sinistra, come ha ricordato Sala, ha del resto fatto sempre finta che la questione non esistesse (con l’eccezione virtuosa, ricordiamo noi, di Marco Minniti): per il Pd e i suoi alleati l’immigrazione è il grande rimosso dalla crisi degli anni Dieci in avanti, col risultato di consegnare le periferie italiane (che con quell’immigrazione fanno i conti ogni giorno) ai rivali politici. La destra non ha soluzioni ma enfatizza il problema. La sinistra non avendo soluzioni prova a nasconderlo. È il momento di cambiare: e si può fare solo insieme, smettendo di specularci su per intere campagne elettorali. La sicurezza non è di una fazione politica, è un valore costituzionale: la sua negazione soffoca tutti noi e, fra noi, colpisce i più deboli, chi vive nei quartieri più disagiati, chi prende il bus più affollato, chi torna a casa sulla strada meno illuminata.

Servono più Cpr, che non siano lager ma abbiano “porte girevoli”, come dice Gabrielli. E serve, accanto ad essi, una chiara via di integrazione, percorsi di recupero e formazione, flussi regolari costanti dai Paesi d’origine per battere i contrabbandieri dell’immigrazione irregolare. Occorre in definitiva un salto culturale per capire che ciò che oggi può rallegrarmi, poiché è una grana per il mio avversario, domani potrà affliggermi perché diventerà una grana per me. Forse verrà perfino un tempo in cui convocare gli stati generali sull’immigrazione: destra, sinistra e centro, senza etichette. Magari a Milano, che da sempre accoglie chi bussa per farne una parte di sé.