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di Francesco Armillei

Il Domani, 29 aprile 2026

Piuttosto che destinare risorse pubbliche a misure che non funzionano (e probabilmente non funzioneranno mai), avrebbe senso concentrarsi su interventi che non gravino sui conti dello Stato ma tesi a rafforzare il riconoscimento giuridico dei migranti. Il pasticcio legislativo sull’emendamento al decreto sicurezza ha avuto almeno un merito: riportare al centro del dibattito pubblico il legame tra gestione dell’ordine pubblico e presenza di residenti senza cittadinanza italiana. Negli ultimi anni, la maggioranza di governo ha adottato un approccio alla sicurezza fondato su due direttrici principali: da un lato l’inasprimento continuo delle pene; dall’altro, contenimento dei flussi migratori e aumento dei rimpatri. Eppure, questa strategia non sembra aver ridotto la domanda sociale di sicurezza.

A ridosso della fine della legislatura, è quindi il momento di constatarne l’inefficacia sul piano dei fatti, al netto dell’opportunità sul piano politico. Anche perché nel dibattito è rimasta quasi del tutto assente un’altra leva, potenzialmente decisiva per affrontare alcuni aspetti della questione sicurezza: l’integrazione. Cittadinanza più rapida per chi denuncia le mafie, la proposta del Pd in Parlamento Lo studio sul caso tedesco E proprio il rapporto tra sicurezza e integrazione è al centro di un flash paper appena pubblicato dal National Bureau of Economic Research da un team di ricercatori tedeschi. Lo studio prende le mosse da una importante riforma avvenuta in Germania all’inizio di questo millennio, che ha introdotto una forma condizionata di cittadinanza alla nascita, o ius soli temperato, per i figli di immigrati. L’obiettivo dello studio è capire se questa riforma abbia contribuito a ridurre i tassi di criminalità tra i giovani con background migratorio. Nello specifico, prima del 2000 in Germania era possibile ottenere la cittadinanza alla nascita solo se almeno uno dei due genitori era cittadino tedesco, secondo il principio dello ius sanguinis. Dal 1° gennaio 2000, invece, è diventato sufficiente che almeno uno dei genitori avesse risieduto legalmente nel paese per almeno otto anni. Nei tre Land analizzati nello studio, la quota di figli di immigrati con cittadinanza alla nascita è così passata dal 22 per cento tra i nati nella seconda metà del 1999 all’89 per cento tra quelli nati nella prima metà del 2000. I risultati statistici dello studio sono molto rilevanti: tra i giovani con background migratorio che hanno beneficiato della nuova normativa e quindi dell’ottenimento della cittadinanza alla nascita si osserva una forte riduzione della propensione a commettere reati, nell’ordine del 70 per cento. L’effetto è particolarmente marcato tra i giovani uomini e riguarda soprattutto i reati contro la proprietà e quelli legati alle droghe, mentre è più contenuto per i reati violenti.

Questo studio si inserisce in un filone di ricerca ormai ampio, che documenta in modo consistente gli effetti positivi dell’accesso alla cittadinanza: maggiore integrazione sociale, livelli di istruzione più elevati, migliori prospettive occupazionali e salari più alti. Tra i contributi più rilevanti c’è quello dell’economista Paolo Pinotti, che ha analizzato il caso italiano. In un lavoro pubblicato nel 2017 sulla prestigiosa American Economic Review, Pinotti studia gli effetti della regolarizzazione degli immigrati nel periodo 2007-2008, mostrando come l’ottenimento di un permesso di soggiorno riduca il tasso di criminalità di circa il 55 per cento. Tajani rilancia lo Ius Scholae, poi ci ripensa come un’estate fa Vanno insieme I risultati di queste ricerche mostrano come le politiche di integrazione possano rappresentare una risposta pragmatica alle sfide della società contemporanea, oltre che uno strumento efficace sul piano della sicurezza.

Promuoverle è una scelta di buon senso; negarne il valore rischia invece di diventare una posizione ideologica. Piuttosto che destinare risorse pubbliche a misure che non funzionano (e probabilmente non fun-zio-ne-ran-no), avrebbe senso concentrarsi su interventi che non gravino sui conti dello Stato ma tesi a rafforzare il riconoscimento giuridico dei migranti. In questa prospettiva, l’ampliamento negli anni delle maglie del decreto flussi può essere letto positivamente non solo come una politica per aumentare l’offerta di lavoro, ma anche come un tassello nella riduzione dei fenomeni di criminalità. Ma come ci ricorda lo studio sulla Germania, la vera sfida politica per l’Italia resta quella della cittadinanza. L’auspicio è quindi che i risultati del referendum abrogativo del 2025 rappresentino su questo fronte un punto di partenza, e non di arrivo.