di Igiaba Scego
La Stampa, 17 agosto 2024
“Per i cambiamenti del futuro bisogna creare una comunità italiana Impariamo la lezione dal volley femminile: l’unione fa la forza. Saremo in grado”. Sono un po’ stanca. Così con questa frase avevo cominciato un articolo scritto quasi dieci anni fa sul tema cittadinanza. E la stanchezza non è solo mia. È di tutte le persone coinvolte, razzializzate, con o senza cittadinanza, che ogni volta hanno dovuto attraversare un dibattito inconcludente che ci ha fatto sentire ancora più esclusi. Siamo nati in Italia, siamo cresciuti in Italia e c’è una generazione, la mia, che qui sta anche invecchiando. Dieci anni fa avevo quaranta anni. Oggi ne ho cinquanta, sono in menopausa, ho i capelli sale e pepe, ma in Italia sul tema cittadinanza per i figli e le figlie della migrazione sembra non essere cambiato nulla. La legge, ma anche il dibattito sulla legge, è su un binario morto. Destra e sinistra giocano al gatto e al topo su questo tema. E allora vediamo nei talk show chi urla alla sostituzione etnica e chi dall’altra parte invece parla di legge di civiltà, ma nel tempo ha fatto molto poco per una legge che doveva già esistere.
La politica italiana tutta è stata molto colpevole davanti a questa legge che non c’è. Ed è cresciuta la sensazione tra i figli di migranti di essere stati strumentalizzati, per un motivo o per un altro. E poi ciclicamente abbandonati. Quando la rete G2, rete pioniera nella lotta per la cittadinanza, poi seguita da altre sigle, nel lontano 2005 aveva cominciato a mettere sul piatto il tema, circolava molto ottimismo invece. E anche creatività. La rete da una parte si era inventata un Cd di musica rap e un fotoromanzo. Nello stesso tempo però perseguiva un dialogo con le istituzioni. Ed è così che molti militanti sono entrati nei palazzi, da Montecitorio al Quirinale, portando l’istanza di ragazzi e ragazze di Milano. Roma, Trieste, Venezia, Bergamo, Palermo, Brescia, Napoli e di quella legge che avrebbe permesso a tutti di essere veramente parte del proprio paese. Nel cortometraggio Forte e Chiaro della regista Rosa Jijon, un gruppo di ragazzi di allora, tra cui Paula Baudet Vivanco, Lucia Ghebreghiorges, Mohamed Tailmoun, si lamentavano in tempi non sospetti del Bla Bla Bla della politica sulla cittadinanza e chiedevano fatti concreti. Un video dove tra dialetto romanesco, rap, statistiche diceva all’Italia “sei già in ritardo”. Ed era il 2005. Quasi 20 anni dopo purtroppo nulla è cambiato. La legge non c’è. Il dibattito è addirittura peggiorato. Colorando il Bla, Bla, Bla di nuance razziste. E il tema purtroppo è stato usato esclusivamente per zuffe parlamentari fine a se stesse. Ma i figli e le figlie della migrazione non hanno smesso di lottare nonostante le cocenti delusioni vissute.
Le manifestazioni dei diretti interessati sono continuate nel silenzio assordante anche mediatico. Iniziative quali la lettura integrale dei Promessi Sposi di Manzoni, con il sottotesto questo “matrimonio s’ha da fare” tra l’Italia e noi. O come quando si è letto il Pinocchio di Collodi, con la partecipazione di molte classi delle scuole elementari della Capitale davanti a Montecitorio. Ci sono state negli anni raccolte firme, altri cortometraggi, canzoni (da ricordare il ritornello del rap di Amir Issa S,o,s bilancio negativo se me chiamano straniero nel posto dove vivo), iniziative di piazza, tante energie. L’ascolto da parte della politica però è stato pari a zero. Tutti tacevano da destra come a sinistra. Con poche eccezioni tra cui Luigi Manconi, Marco Furfaro, Gianni Cuperlo, Renata Polverini, Emma Bonino e pochi altre e altri. Li cito perché sono state tra le poche presenze costanti nelle piazze della cittadinanza, presenze bipartisan, quando quasi tutto l’arco parlamentare è stato in silenzio. Ora che il dibattito sta riprendendo quota, domina un leggero cinismo nelle persone che negli anni hanno lavorato per far si che questa legge sulla cittadinanza, (chiamata in vari modi ius soli, ius scholae, ius culturae, a seconda di dove si è voluto porre l’accento, se sulla nascita o il percorso) venisse alla luce. Si è parlato molto del murales dedicato a Paola Egonu, la pallavolista azzurra che insieme alle sue compagne di squadra ha vinto la medaglia d’oro olimpica, poi sbiancato. Certo un atto esecrabile, raccapricciante, ma che non deve esaurire tutto il dibattito sulla cittadinanza. Questa riguarda bianchi e neri. Persone originarie dell’Est Europa come dell’Africa, passando per Asia e Americhe. La nostra società italiana è ormai plurale. Lo era quando ero bambina io. E lo è molto di più oggi. Basta entrare in una qualsiasi scuola per notarlo. Se 20 anni fa questa legge era già in ritardo, ora che parola possiamo usare per questo vuoto? Ogni tanto penso che la cittadinanza serve ora più all’Italia. Il paese infatti non può continuare a negare l’evidenza di essere cambiata.
I cambiamenti vanno accompagnati. Non accompagnarli significa negare la propria natura. E significa non guardare al proprio futuro, restare indietro. Infatti per le battaglie del futuro: demografiche, tecnologiche, culturali, in un mondo che cambia alla velocità della luce, ci serviranno tutte le nostre forze. Tutti i nostri cuori. Serve creare una comunità. E serve farlo adesso più che mai. Capire questo è essenziale per L’Italia. Qui non si tratta di una battaglia di destra o di sinistra o di centro. Si tratta di imitare la nazionale di Volley femminile. Che ha applicato in modo perfetto il motto l’unione fa la forza. Serve una nuova unificazione dopo quella del 1861. Sapremo farla?










