di Giansandro Merli
Il Manifesto, 5 maggio 2026
La pubblica amministrazione non aveva neanche motivato il diniego. In cinque anni 975 richieste respinte per ragioni di sicurezza. E non servono prove. Gli hanno negato la cittadinanza perché “contiguo alla sinistra antagonista veronese”. Fatto che, secondo la pubblica amministrazione, rappresenterebbe un pericolo per la Repubblica. Nel 2026 bastano simili tesi per rifiutare a chi vive in Italia da tanti anni, parla perfettamente la lingua, ha un reddito e una residenza regolare la possibilità di entrare a pieno titolo nella società di cui già fa parte. È il caso di L. O., per il quale le ragioni del diniego non sono state nemmeno motivate: non solo in prima battuta, ma perfino in sede di ricorso. Così alla fine il Tar del Lazio ha dato ragione all’uomo.
Non che per negare la cittadinanza a un richiedente servano troppe spiegazioni. La legge del 1992 lascia enormi spazi di arbitrarietà amministrativa e anche la giurisprudenza è convenuta che la concessione sia un atto di “alta amministrazione”. Non serve dunque entrare nel dettaglio del rifiuto con prove o documenti: basta che l’argomentazione sia “logica”. Nel caso di L. O. non era nemmeno tale, ha stabilito il giudice. “Invero, il riferimento alla “contiguità” del ricorrente con un movimento qualificato come “sinistra antagonista veronese” non è corredato da adeguati elementi esplicativi - anche succintamente descritti - circa la natura, le finalità o la connotazione del movimento medesimo, né è chiarito se si tratti di un’organizzazione caratterizzata da finalità terroristiche, eversive o comunque tali da poter incidere sui profili di sicurezza della Repubblica”, si legge nel provvedimento. Del resto avrebbe stupito il contrario: Verona è nota da almeno 30 anni per fenomeni di ben altro colore politico. È abbastanza difficile credere che un’eventuale eversione di sinistra possa partire proprio dalla città veneta.
L’uomo è stato comunque dichiarato un pericolo per lo Stato in virtù delle sue frequentazioni e per questo ha ricevuto il diniego da cui è nato il ricorso, presentato dagli avvocati Giulia Crescini e Salvatore Fachile. A carico di L. O. risultano due denunce per reati “bagatellari” come si suol dire: occupazione di suolo pubblico e di un’aula comunale. Entrambe sono state archiviate. Potrebbero aver pesato dunque segnalazioni di polizia, magari quella politica, la digos. Probabilmente per la partecipazione alle attività del laboratorio autogestito Paratodos, che da anni si batte per ampliare i diritti sociali e tutelare i cittadini stranieri.
“Gli hanno negato la cittadinanza usando come escamotage un’indimostrata pericolosità per la sicurezza dello Stato. Un’affermazione sganciata da precedenti penali o fatti di alcun tipo. È solo un modo per punire l’attività politica di questo ragazzo. Infatti nemmeno durante la disclosure (l’obbligo per le parti di mostrare i documenti rilevanti in sede processuale, ndr) la pubblica amministrazione è riuscita a fornire informazioni concrete”, afferma Crescini.
Il caso veronese non è isolato. Un accesso agli atti presentato dalla giornalista Federica Rossi, che ne ha scritto su questo giornale l’11 marzo scorso, mostra come negli ultimi cinque anni 975 persone si siano viste respinta la richiesta di cittadinanza per motivazioni inerenti alla sicurezza dello Stato. Ovviamente non tutte hanno avuto gli strumenti per fare ricorso, poche sono riuscite ad avere ragione. E anche per L. O. il caso resta aperto. Il Tar non può sostituirsi alla pubblica amministrazione riconoscendo il diritto. Adesso la palla torna all’autorità amministrativa. Può concedere la cittadinanza ma può anche opporre un nuovo rifiuto, argomentandolo meglio. Nel tentativo di dargli una forma che appaia quantomeno “logica, coerente e ragionevole”. Ammesso sia possibile.











