di Andrea Colombo
Il Manifesto, 5 luglio 2025
La premier, ospite di Bruno Vespa alla Masseria, chiude la partita delle riforme. Che amico è quello che ti invita e poi ti mette in imbarazzo? Bruno Vespa è un ospite cortese e intervistando la presidente del consiglio dal suo Forum Masseria si sforza di metterla a completo agio. Le serve sul classico piatto d’argento le domande giuste per facilitare l’esaltazione dei successi e la rivendicazione di merito. Evita gli argomenti spinosi e imbarazzanti. In quasi mezz’ora di botta e risposta la parola Gaza non viene mai pronunciata, anche se un certo rilievo, checché se ne pensi, è difficile negarlo.
Né si fa sgradevole menzione di come farà l’Italia a finanziare quel riarmo che, per quanta cresta mediti di fare il governo, qualcosa costerà e non sarà poco. Figurarsi poi il disastro dei trasporti o la decisione di aumentare i pedaggi autostradali proprio alla vigilia del solito “grande esodo”. Parlarne sarebbe sgradevole.
L’intervistata è reduce da una telefonata con Trump, informa lei stessa, nella quale, specifica, “abbiamo parlato di Ucraina e di dazi”. Sul Medio Oriente hanno sorvolato. L’amica italiana evita giudizi sulla decisione della Casa Bianca di sforbiciare gli aiuti militari a Kiev e minimizza: “Gli Usa non hanno interrotto la fornitura di armi. Hanno rivisto la decisione di fornire specifiche componenti anche della contraerea. Fattore rilevante ma ben diverso dal disimpegno”. Va da sé che la premier esalti la conferenza sulla ricostruzione che si terrà il 10 luglio a Roma, corredata da incontro tra i leader. Non che ci siano tutti: Merz, von der Leyen, Tusk e Zelensky hanno confermato. Macron, Starmer e Sanchez, come dire mezza Europa, invece no.
La chiacchierata con Trump la ha evidentemente resa ottimista: “Spero in sviluppi positivi”. I quali però non arriveranno mai se ci si affida alla buona volontà di Putin. Ha già dimostrato di non disporne: “Credo che si debba esercitare tutta la pressione possibile e rafforzare le sanzioni. L’Europa lo ha già fatto, spero seguano anche gli Usa”. La speranza è l’ultima a morire ma sull’Ucraina Giorgia Meloni sta con l’Europa e difende la linea dura.
Cosa si sia detta con il presidente degli Usa sui dazi è ignoto. Di certo quel che fa sapere agli italiani è meno di zero: “La trattativa è competenza della Commissione. Noi dobbiamo essere fieri per essere riusciti a ricostruire un dialogo. Penso che l’aumento delle spese per la difesa possa facilitare l’accordo sui dazi. Sono facce della stessa medaglia. Vedremo nei prossimi giorni”. A due giorni dalla scadenza dell’ultimatum trumpiano è molto meno che un po’ poco.
Sulla politica interna la premier si allarga di più. Conferma, sia pur tra le righe, che il referendum sul premierato si terrà nella prossima legislatura. Non che lo abbia deciso lei, per carità. Dipende dal Parlamento, sul quale si sa che la leader della maggioranza non ha potere alcuno. Comunque meglio così: “Non si potrà dire che facciamo la riforma per garantire noi stessi”.
Di critiche alla riforma in effetti ne sono state avanzate a mazzi. Questa non c’è mai stata. Il governo, informa Meloni ed è la sola notizia che conceda, non proporrà una nuova legge elettorale. Ci pensi il Parlamento, se del caso. Ma già che ci si trova la presidente illustra la legge che piacerebbe a lei, vedi mai le camere volessero prenderne atto: proprzionale, premio di maggioranza e indicazione del premier. Una legge, parola sua, pensata per restare valida anche ove venisse approvato dal popolo votante il premierato. Se con preferenze o meno chi lo sa. Lei preferirebbe che ci fossero ma bisognerà vedere.
La questione dolorosa di turno è lo Ius Scholae, che anche ieri Tajani ha confermato di voler portare avanti, certo senza scalmanarsi troppo: “Non torno indietro ma sono responsabile”. Meloni la prende con diplomazia: “Certo ci sono sensibilità diverse, mica siamo un partito unico. Però c’è anche un programma di governo e penso che sarebbe utile se tutti ci concentrassimo su quelle priorità e la riforma della cittadinanza non è tra quelle”. Monito con guanto di velluto però esplicito e condito con una bocciatura secca anche nel merito: “Non considero corretto o utile concedere la cittadinanza a un minore se i suoi genitori sono ancora stranieri”. Tajani è avvertito.











