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di Flavia Bevilacqua e Matilda Ferraris

Il Domani, 29 giugno 2025

Il numero di studenti con cittadinanza non italiana è in costante aumento, ma l’integrazione scolastica è affidata all’iniziativa dei singoli istituti. L’isolamento delle classi con stranieri. Al numero 85 di via Bixio all’Esquilino, quartiere del centro di Roma, c’è un istituto comprensivo di medie ed elementari conosciuto in città per la composizione delle sue classi. Si tratta dell’istituto Daniele Manin di cui fa parte la scuola di Donato, che nel 2005 era stata definita la più multietnica d’Italia, con bambini di oltre 80 nazionalità diverse. La scuola è tra le partecipanti al progetto “il Multiforme”, a cui aderiscono vari istituti di Roma centro per rispondere a bisogni di inclusione, educazione alle emozioni e sostegno alla genitorialità. L’obiettivo è contrastare l’isolamento e lo svantaggio scolastico, ma è faticoso riuscire a portare avanti l’integrazione dei ragazzi da soli.

“Ci sono genitori che mandano i loro figli qui proprio perché vogliono che diventino cittadini del mondo - dice Giuliana, maestra alla scuola primaria dell’I.C. Manin - però poi gli stessi non vogliono che i loro figli rimangano indietro. Hanno paura che non gli venga garantita “un’istruzione di altissimo livello”, ed è il motivo per cui poi abbiamo un basso tasso di iscrizioni dalle elementari alle medie. È molto complicato per la scuola combinare tutto”.

I minori stranieri nella scuola italiana sono sempre di più, confermano i dati. Secondo le ultime statistiche ufficiali, nell’anno scolastico 2022/2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 914.860, pari all’11,2 per cento del totale (circa uno su dieci studenti), con un incremento del 4,9 per cento rispetto all’anno precedente. Non tutti però hanno difficoltà linguistiche: molti sono nati in Italia o vi risiedono da anni. Si tratta delle cosiddette seconde generazioni, che rappresentano il 65,4 per cento degli alunni stranieri. Il restante 34,6 per cento appartiene invece alla “prima generazione”, ovvero studenti nati all’estero.

Non esistono direttive nazionali in grado di gestire e favorire l’integrazione di questi studenti. La possibilità di offrire un percorso interno inclusivo dipende dalla volontà dei singoli istituti, ma solo alcuni riescono a inseguire fondi e partecipare a bandi pubblici. Molti altri no.

I progetti e le scuole - Uno dei fattori che alimentano la segregazione scolastica è la distribuzione abitativa: nelle grandi città, le famiglie tendono a raggrupparsi per background economici e sociali simili tra periferie e centro. Ma oltre alla distribuzione abitativa un altro elemento chiave è la tendenza di famiglie italiane con maggiori risorse economiche e culturali a scegliere scuole percepite come più “di qualità”, evitando quelle con un’alta presenza di studenti stranieri o provenienti da contesti economicamente più fragili, spiega Valentina Paniccià, referente dell’impresa sociale Con i Bambini per il bando “Vicini di Scuola”, un’altra iniziativa che mira a migliorare la qualità dell’educazione nelle scuole primarie e secondarie di primo grado in contesti urbani e sociali complessi: con un investimento di oltre 12,4 milioni di euro, il bando ha finanziato 23 progetti e coinvolgendo circa 9mila studenti con storie migratorie.

La segregazione così finisce per avere implicazioni profonde. sulla qualità dell’istruzione e sull’inclusione sociale. “In sostanza, la famiglia da cui provieni finisce per pesare molto sulla qualità della tua esperienza scolastica, che invece dovrebbe essere assolutamente equa e non discriminante”, dice Paniccià. Spesso poi le scuole con una forte concentrazione di studenti stranieri non hanno le risorse nemmeno per partecipare a bandi, perché per farlo bisogna saper scrivere i progetti, e questa attività non è retribuita. Dunque nessun progetto di cittadinanza attiva, niente mediatori culturali, nessun sostegno psicologico.

Cosa fa la scuola - I finanziamenti non vengono sempre garantiti, perché in Italia al momento non sono attivi investimenti strutturali e statali su attività di inclusione degli studenti con storie di migrazione. A novembre 2024, per cercare di garantire una minima integrazione, il ministero dell’Istruzione ha annunciato lo stanziamento di 12,8 milioni di euro. Ma i fondi previsti servono a coprire solo poche ore settimanali di corsi di italiano, spesso lasciati all’organizzazione delle singole scuole. Dal 2025/2026 potranno essere assegnati docenti di italiano alle classi in cui almeno il 20 per cento degli studenti è straniero appena arrivato in Italia o non possiede un livello A2. Ma le classi che hanno uno o due soli studenti stranieri non italofoni: per loro non esiste alcun aiuto strutturato.

Il problema è stato sollevato in più occasioni: è stata presentata una proposta per rendere obbligatoria la scuola dell’infanzia, così che i bambini non italofoni potessero iniziare a familiarizzare con la lingua prima della primaria. La proposta però è stata bocciata. L’assenza di un piano nazionale strutturato lascia molto potere discrezionale ai dirigenti scolastici, con risultati estremamente variabili. Alcuni istituti attivano progetti per potenziare l’orario scolastico e facilitare l’apprendimento dell’italiano, altri scelgono di separare temporaneamente gli studenti per nazionalità o livello linguistico, con il rischio però di creare un altro livello di segregazione. “E così anche le scuole più insospettabili per ovviare al problema del ritardo del programma pensano di dividere in classi di italiani e classi di stranieri, contribuendo ad aumentare il divario ancora e di più”, conclude Castellani.