di Simona Musco
Il Dubbio, 3 giugno 2024
Non c’è stato, negli ultimi anni, uomo tanto deturpato da giornali e social quanto lo psicoterapeuta, simbolo di una inchiesta dalla quale alla fine è uscito da innocente. Claudio Foti il ladro di bambini. Claudio Foti l’abusologo. Claudio Foti il lupo. Non c’è stato, negli ultimi anni, un uomo tanto deturpato dai giornali, dalla selva dei social e dall’opinione pubblica quanto Claudio Foti, lo psicoterapeuta simbolo di un’inchiesta della quale non fa più parte, “Angeli e Demoni”. Condannato in primo grado a 4 anni per lesioni gravi e concorso in abuso d’ufficio, Foti è stato assolto in appello nel 2023, assoluzione confermata ad aprile dalla Cassazione.
Ma non ciò non è bastato a salvarlo dalla gogna, dalla lapidazione collettiva alla quale è stato sottoposto sin dal 27 giugno 2019, giorno in cui l’Italia ha individuato in Bibbiano il covo dei mostri e lui è finito in una cella mentre si trovava in gita coi figli. Figli inseguiti, pedinati, costretti a fare i conti con un microfono che pretendeva verità inconfessabili su quell’uomo dall’aspetto strano che per tutti era ormai un mostro. Un mostro che faceva male ai bambini, dunque era legittimo, per gli altri, non curarsi dello stato d’animo dei suoi.
A chiunque si domandasse, Foti era conosciuto come un ladro di bambini, pur non c’entrando nulla con i presunti affidi illeciti, contestati ad altri. Ma non era importante: era lui quello famoso da buttare nella mischia, quello la cui foto era spendibile sui giornali, l’uomo da etichettare sulla scorta di fantasiose fake news che, a distanza di 5 anni, sono più granitiche delle sentenze. Per l’accusa, Foti avrebbe provocato un disturbo borderline in una paziente 17enne, arrivata da lui raccontando, senza alcuna sollecitazione, storie di abusi e di un forte risentimento nei confronti del padre, che a quegli abusi non aveva voluto credere.
Un padre assente, un padre che aveva picchiato l’ex moglie anche davanti alle figlie, un padre che la giovane voleva tenere lontano dalla sorella. La terapia si svolgeva ogni 15 giorni ed è durata un anno, durante il quale la giovane è passata dal desiderio di morire a quello di sperare in un futuro migliore. Un successo, si direbbe anche senza una laurea in psicologia. Ma non per la procura di Reggio Emilia, che ha accusato Foti di aver manipolato la ragazza, instillandole un odio profondo per il padre, convincendola che era stato lui ad abusare di lei.
Le sedute sono però chiare: non c’è una sola occasione in cui Foti attribuisca al padre della ragazza quelle violenze. E il disturbo borderline, dice la scienza, non può sorgere così, a 17 anni, dopo una psicoterapia: ha cause ben più profonde, che risalgono all’infanzia, spesso legate ad abusi e maltrattamenti. Proprio come nel caso della paziente di Foti. I giudici, nell’assolvere lo psicoterapeta, hanno fatto a pezzi la consulenza che lo aveva fatto condannare in primo grado: “Generica e priva di basi scientifiche”, scrivevano i giudici.
Che non hanno risparmiato nemmeno il collega autore di quella condanna, che avrebbe recepito “incondizionatamente le conclusioni rassegnate dal consulente del pm” senza che per le stesse vi fosse anche una sola legge scientifica di copertura. Il suo avvocato Luca Bauccio, al contrario, ha portato studi su studi su come nasce e si sviluppa il disturbo borderline. E in difesa di Foti sono scesi in campo centinaia di psicoterapeuti, spaventati da quello che sembrava un processo alla scienza. Un processo contorto, dal momento che l’accusa si è tramutata in condanna attraverso una perizia che - scrivevano ancora i giudici d’appello - non applicava quelle regole dalle quali, secondo la procura di Reggio Emilia, non si poteva prescindere, come veniva contestato a Foti. Imprescindibili non per legge, ma secondo una certa corrente di pensiero.
Il paradosso stava tutto lì: Foti era finito sul patibolo per non aver “applicato”, nella sua terapia, la Carta di Noto (strumento che però si usa nei tribunali, non in clinica) ed è stato condannato evitando di usare proprio quel metodo che si pretendeva di trattare come sacro, ancora la Carta di Noto. I giudici d’appello hanno però lasciato uno spiraglio per salvare l’abuso d’ufficio, anche se Foti non l’ha commesso.
Una scorciatoia che ha consentito agli hater di Foti - per lo più giornalisti che non si sono rassegnati alla sua assoluzione - di continuare ad attaccarlo: non aver commesso il fatto significa che non ci sono prove su di lui, ma il fatto c’è, dunque il metodo Foti esiste, anche se non è stato possibile dimostrarlo. Un controsenso, perché se mai un metodo fosse esistito - e non esiste -, allora si sarebbe realizzato solo se mai fosse risultata vera quella che fu definita “ostetricia dei ricordi”. Quella che, per i giudici, non sussiste. Di falsi ricordi, nel caso Foti, non vi è traccia. Nel frattempo, quell’abuso d’ufficio, nel processo ordinario, ha iniziato a scricchiolare.
Non solo per la sua imminente abrogazione, ma perché le prove, allo stato attuale, sembrano andare tutte in senso contrario. Poco importa, poi, che l’onere della prova spetta all’accusa: se non si è riuscito a dimostrare il reato, Foti non è innocente, ma un colpevole che l’ha fatta franca. Il solito refrain privo di consistenza giuridica, che in più di un caso si è trasformato in un boomerang impugnato dal karma.
Foti, comunque, rimane il lupo. Quel nome che gli deriva dall’accusa - al momento smentita dalle prove - che una psicoterapeuta si travestisse con lo scopo di spaventare i bambini. Non lui, ma un’altra imputata. Eppure, era lupo anche lui, meritava di essere cacciato pure dai ristoranti, come pure gli è successo (“Non do da mangiare a un lupo che rapisce i bambini”, gli urlò contro un ristoratore), meritava di essere insultato per strada, anche se con i lupi non ha avuto mai niente a che fare, anche se il lupo, stando al processo in corso a Reggio Emilia, era solo un pupazzo usato per gli psicodrammi.
Insomma, quello a Foti è stato l’esempio perfetto del processo mediatico, con una mostrificazione ad arte alimentata da fake news e totale ignoranza degli atti, pure citati a sproposito per censurare ogni obiezione. Così, anche dopo l’assoluzione in appello, la tempesta di fango non si è placata. Un clima descritto perfettamente dalla frase pronunciata dall’ex deputato Italo Bocchino, che subito dopo la sentenza d’appello ha creato in tv una nuova categoria penale: “Resta intatta la responsabilità morale di Foti”.
Un uomo finito nel tritacarne delle più assurde fake news: da quella di non avere i titoli per fare lo psicoterapeuta a quella dei casi in cui avrebbe sbagliato le sue valutazioni - una manciata, a fronte di decine e decine di vicende trattate -, alcuni in realtà mai seguiti da Foti, fino a quella di aver istigato al suicidio un’intera famiglia, che si è tolta la vita ben due anni dopo la perizia (tra le tante di quel caso) firmata da Foti. Un caso rispetto al quale la presunta vittima, ancora oggi, continua a sostenere la colpevolezza dei propri familiari. Ma a nessuno importa quella voce. E per capire di cosa si parla bisogna tornare al punto di partenza, all’ordinanza di custodia cautelare: lo psicoterapeuta andava arrestato perché aveva un’opinione.
Non è un’invenzione di chi scrive, ma un passaggio dell’ordinanza, che a pagina 259 sottolineava il “peculiare atteggiamento” di Foti, che avrebbe denotato il “tasso potenziale di criminalità” dell’indagato deriverebbe dall’aver criticato il podcast “Veleno”. Una critica che farebbe di lui un “tipico autore per convinzione”, come si evincerebbe dalla “saccente presunzione, priva di qualsiasi deviazione dal dubbio incrollabile di essere dalla parte della ragione, con la quale commenta durissimamente l’inchiesta giornalistica” che aspirava a riscrivere la storia dei “diavoli della Bassa Modenese”, la vicenda giudiziaria che a fine anni 90 portò a condanne per 157 anni di carcere per abusi su minori. Una convinzione da punire con l’arresto, nonostante 70 giudici, in diversi momenti, abbiano stabilito la veridicità degli stupri denunciati da decine di bambini e nonostante la Cassazione abbia negato la revisione di quella sentenza. Il fatto di aderire ad una verità riconosciuta processualmente - criticabile, ma comunque definitiva - avrebbe certificato il curriculum criminale di Foti. Che nonostante tutto è rimasto in piedi. Nonostante il fango.










