di Maurizio Martina*
Corriere della Sera, 15 novembre 2021
L'aumento delle temperature e degli eventi atmosferici radicali sta già impattando sui sistemi agricoli con conseguenze sui prezzi delle materie prime e sull'aggravarsi delle condizioni di fame e malnutrizione. Occorre avere chiaro che la crisi climatica è anche crisi alimentare. L'aumento delle temperature e degli eventi atmosferici radicali sta già impattando sui sistemi agricoli e le conseguenze più evidenti sono legate sia all'aumento dei prezzi delle materie prime che all'aggravarsi delle condizioni di fame e malnutrizione. È stato calcolato che se le agricolture del pianeta non riusciranno ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche, nel 2050 la produzione alimentare globale potrebbe ridursi del 10% e addirittura di un quarto entro fine secolo. Ciò a fronte di una popolazione che nella prossima decade si prevede cresca di circa settantacinque milioni di persone all'anno per arrivare nel 2050 a nove miliardi. L'indice mensile Fao dei prezzi agricoli descrive precisamente l'aumento dei costi derivanti anche dal mutamento delle condizioni ambientali e ci indica un picco dei prezzi come non accadeva da luglio 2011. Rischiamo di pagare di più il pane sotto casa anche a causa della crisi climatica.
Circa il 75% di tutte le calorie che assumiamo arriva da quattro colture: grano, mais, riso e soia e i principali Paesi produttori di questi beni subiscono direttamente gli effetti di grandi siccità che causano rapidamente cali drastici dei raccolti e un conseguente aumento, altrettanto rapido, dei prezzi. Ed è proprio il caso di dire che nessuno si può sentire al riparo perché dal grano canadese, la cui produzione si è ridotta della metà circa a causa della siccità, passando per il mais carioca diminuito di un terzo, tutto il mondo è coinvolto.
Ne sappiamo molto anche noi, se pensiamo a ciò che è accaduto anche recentemente nel nostro Mezzogiorno, ma non va meglio nel Nord Europa dove le precipitazioni sopra la media hanno logorato la qualità delle produzioni. Fatto sta che il bollettino dei prezzi segna aumenti dal grano alla soia passando per riso, mais, colza e altre produzioni.
Se poi sovrapponiamo la mappa della fame a quella del cambiamento climatico ci rendiamo conto immediatamente che la stragrande maggioranza dei Paesi più vulnerabili soffre questa doppia emergenza. A ricordarcelo è anche la fotografia tracciata dal rapporto "Climate change, a hunger crisis in the making" promosso da un network di Ong in occasione di Cop26 che segnala inequivocabilmente questo nesso esiziale: dei trentacinque Paesi più vulnerabili al cambio climatico ben ventisette soffrono di insicurezza alimentare acuta.
Ad Haiti, ad esempio, dove uragani, tempeste tropicali e terremoti hanno devastato raccolti e bestiame. In Bangladesh dove quasi la metà dei bambini è malnutrito a causa degli effetti di cicloni, alluvioni e siccità. In Madagascar che, secondo l'Onu, è purtroppo il primo Paese colpito dal cambiamento climatico con carestie che stanno devastandolo. È bene dunque avere chiaro che la crisi climatica è anche e soprattutto crisi alimentare. Ne possiamo uscire solo investendo seriamente su un nuovo rapporto tra agricoltura, alimentazione e ambiente con azioni capaci di produrre meglio, consumando meno. Senza omologazioni globali ma riconoscendo le diversità delle nostre agricolture e accompagnando, in ciascuno di questi contesti, innovazioni di massima sostenibilità.
Gli esempi pratici non mancano per fortuna. Dall'agricoltura di precisione e digitale, ai sistemi di allerta precoce potenziati, alle tecnologie di remote sensing e approcci climaticamente neutri fino al miglioramento dei processi di utilizzo degli scarti per convertirli in energia pulita e ai cosiddetti carbon sinks per catturare anidride carbonica rimuovendola dall'atmosfera. Ad esempio, una larga diffusione dell'agricoltura di precisione può rendere più efficiente l'uso dell'acqua riducendone il consumo tra l'8% e il 20% e migliorare la gestione dei nutrienti del suolo.
Ma servono maggiori risorse per le azioni di adattamento nei Paesi più vulnerabili, in particolare per le esperienze agricole famigliari. Perché questa doverosa transizione ha un costo e occorre che sia sopportabile e disponibile per tutti e non solo per pochi. Perché combattere il cambiamento climatico è la prima azione necessaria per combattere la fame.
*Vicedirettore generale Fao









