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di Micol De Pas

linkiesta.it, 1 ottobre 2026

Che cosa resta del “fuori”, quando si vive “dentro”? Il progetto visuale dentro gli spazi della detenzione negli Stati Uniti, visto dagli occhi di Chantal Zakari. Il lavoro è partito dall’analisi di esperimenti illustri, primo su tutti Douleur exquise di Sophie Calle, un’inchiesta su una rottura sentimentale vissuta in prima persona. Il mezzo espressivo era la fotografia e Zakari s’è interrogata su come usarla in carcere, dove non ha cittadinanza. Ha deciso così di farsi lei stessa macchina fotografica per scattare nei luoghi scelti dagli studenti. Che dovevano indicare non solamente i posti che si dovevano ritrarre ma anche a che ora, con quale luce, da quale angolazione, con quale prospettiva. Niente interni, niente persone, perché il regolamento lo vieta: a parlare saranno allora le architetture e l’urbanistica, in un mosaico dal titolo Pictures from the Outside: fotografie dal fuori. Il mondo improvvisamente entra nel carcere. 

È uno shock, un’emozione sconvolgente. La città è cambiata, i quartieri si sono trasformati, gentrificati, i nomi delle strade si sono confusi nei ricordi dei detenuti, in carcere ormai da molti anni. “Questa è una prigione di media sicurezza. Molti di loro hanno commesso reati piuttosto gravi, magari hanno ucciso qualcuno, alcuni sono arrivati qui da un carcere di massima sicurezza. Ma sono molto intelligenti, brillanti e lavorano sodo. E infatti sono stati ammessi alla Tufts University, passando le selezioni. E riconoscono il privilegio di poter conseguire una laurea. “Nel disegno che mi ha dato S.A. c’è un cartello, sulla facciata dell’edificio, con il nome di una moschea. Il cartello è stato rimosso, per creare un luogo di culto un po’ più appartato”, così Zakari a proposito di queste foto, scattate nei paraggi della moschea.

Per loro significa iniziare una vita completamente diversa”. Questo libro e queste foto diventano così un simbolo della loro trasformazione. La fotografia mette in scena le loro esistenze. Come se quello scatto pensato, immaginato, descritto in ogni dettaglio a distanza, restituisse un’istantanea di un presente che dura da e vale 15, 20 anni. “Quelli della detenzione, per esempio. Ma anche quelli di un’infanzia o di una prima adolescenza leggera, giocosa, da ricordare nello scatto della propria abitazione così come si vedeva al ritorno da scuola, o il campo da calcio del Liceo, sul quale si era acclamati o la scalinata che ha assistito al loro primo bacio”. 

Ma non c’è solo la visione romantica di quel tempo ancora lieve. “C’è chi ha scelto i tribunali e persino i luoghi in cui aveva commesso i crimini per i quali era stato condannato. Uno ha chiesto di fotografare un cielo stellato: mai più visto, perché in carcere le luci sono sempre accese”. L’architettura stessa ci plasma. “Riguarda il nostro panorama visivo e il modo in cui viviamo un luogo. R., per esempio, mi descrisse un edificio di cui ricordava bene l’ingresso. Ha fatto un disegno e poi, sotto, ha scritto: “l’edificio è in rovina, proprio come me dentro”. Ma ognuno ha scritto un testo di accompagnamento, talvolta ma non sempre autobiografico: la fantascienza, in effetti, è una perfetta immagine di ciò che sta “fuori” visto da “dentro”.