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di Glauco Giostra

Avvenire, 9 giugno 2026

La ricerca di prove non può spingersi fino a violare un rapporto riservato. Un Paese che voglia dirsi civile non può non ripudiare, come scriveva Franco Cordero, “una ricerca della verità da cui l’umanità esca umiliata”. È in corso l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria deliberata dall’Unione delle Camere penali per denunciare all’opinione pubblica e segnalare alle autorità competenti che “nel corso di un procedimento penale pendente innanzi alla Procura della Repubblica di Perugia, è emersa la sistematica e indiscriminata captazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori svoltisi nelle sale colloqui della Casa circondariale di Perugia”, al di fuori di quella legittimamente autorizzata.

Vorremmo sottrarci al diffuso andazzo di prendere posizione prima dell’accertamento dei fatti contestati. Più interessante, ci sembra, provare a comprendere per quale ragione, se le cose fossero andate come l’Ucpi sostiene, si tratterebbe di vicenda grave; e soprattutto preoccupante ove fungesse da apripista per altre similari.

Cominciamo con il farci carico della comprensibile perplessità di quanti si chiederanno perché non dovrebbe essere possibile “l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori (...) né a quelle tra i medesimi e le persone da loro assistiti”, come vieta l’art.103 c.p.p. Per saggiare la plausibilità della norma proviamo a sottoporla ad uno stress test. Facciamo una ipotesi limite: intercettando il telefono di un difensore si acquisisce la prova risolutiva della responsabilità di un pluriomicida, che non si è riusciti ad acquisire aliunde.

Secondo il codice, l’intercettazione in questione sarebbe illegittima e quindi inutilizzabile. Nell’esempio estremo che abbiamo scelto il pluriomicida andrebbe assolto. Davvero lo Stato può permettere che un criminale rimanga a piede libero per la violazione di una norma processuale? Come si può mettere su un piatto della bilancia l’interesse all’osservanza di una regola normativa e sull’altro quello a condannare e punire un criminale, pretendendo che il primo interesse “pesi” di più e meriti prevalente tutela?

Ma non è la bilancia ad essere tarata inaccettabilmente male, siamo noi che ne faremmo in tal modo un uso scorretto. Contrapposto all’interesse dell’accertamento della responsabilità penale non c’è la mera osservanza di una formalità processuale. C’è una colonna portante della giustizia: il diritto di difesa. Ogni processo secondo la nostra Costituzione si deve svolgere “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale” (art. 111 comma 2). Se l’inquirente potesse andare a frugare tra le carte della difesa, ne risulterebbero irrimediabilmente sfigurati il volto e la funzione costituzionale del processo. Su un “piatto della bilancia” vi è dunque molto più della violazione di una norma.

Certo, si potrebbe giustamente osservare che, ove l’inquirente potesse avvalersi della conoscenza delle comunicazioni tra difensore e imputato, è probabile che avremmo migliori chance di accertamento della verità. Anzi, una volta imboccata questa strada, si potrebbe anche ricorrere a metodi idonei a superare la capacità di autodeterminazione del soggetto (ipnosi, lie detector, ecc), oppure imporre al medico e al sacerdote l’obbligo di riferire le confidenze dell’imputato. Si potrebbero acquisire, in tal modo, preziose tessere conoscitive per ricostruire il mosaico della sua supposta condotta illecita.

Il prezzo però si farebbe ancora più alto e insostenibile, perché un Paese che voglia dirsi civile non può non ripudiare, come scriveva Franco Cordero, “una ricerca della verità da cui l’umanità esca umiliata”. Esporre a penetranti ingerenze del potere pubblico questi sacrari esistenziali, in cui l’individuo ha bisogno di coltivare un rapporto fiduciario per consegnare ad altro soggetto intime fragilità o inconfessabili necessità, potrà pure contribuire ad una migliore ricostruzione dei fatti, ma a prezzo di una società composta di persone più sole, più indifese e più diffidenti, che percepiscono l’Autorità come un inesausto e onnipresente perquisitore della loro vita. Avremmo dentro le mura carcerarie qualche delinquente in più, ma fuori non cittadini, bensì sudditi di minorata dignità.