di Gerlando Cardinale
agi.it, 5 maggio 2026
La difesa di Fabrizio Messina voleva fargli incontrare la moglie nelle “stanze dell’amore” di Padova. Ma il gip allarga le braccia: “Senza legge attuativa, non posso provvedere”. Le chiamano “stanze dell’affettività”, o più direttamente “stanze dell’amore”. Sono spazi riservati dove i detenuti possono incontrare il coniuge lontano dagli sguardi della polizia penitenziaria, in un momento di intimità che la corte costituzionale ha riconosciuto come diritto fondamentale. Ma tra il principio e la pratica c’è un vuoto normativo che nessuno sembra voler colmare. E così l’istanza presentata dall’avvocato Salvatore Pennica per il suo assistito Fabrizio Messina, boss di Porto Empedocle detenuto nel carcere di Tolmezzo dopo il nuovo arresto di un anno e mezzo fa per mafia e traffico di cocaina, si è infranta contro un muro.
La richiesta era chiara: permettere a Messina di incontrare la moglie in colloqui intimi, senza il controllo a vista del personale di custodia. L’avvocato Pennica ha fondato la sua istanza sulla sentenza del 26 gennaio 2024, con cui la Consulta ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di incontri privati per le persone recluse. Una pronuncia storica, arrivata dodici anni dopo un primo monito al legislatore rimasto inascoltato.
Nella sua istanza depositata il 10 aprile scorso al giudice per le udienze preliminari di Palermo, Lorenzo Chiaramonte, il legale non si è limitato agli aspetti tecnici. Ha parlato di “matrimoni bianchi”, celebrati e mai consumati a causa della detenzione. Ha citato l’articolo 2 della Costituzione, che impone alla Repubblica di riconoscere i diritti fondamentali della persona, e l’articolo 27, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Ha ricordato che l’astinenza affettiva può portare il detenuto “a forme di aggressività o di avvilimento” e che l’ambiente familiare rappresenta “un punto di riferimento importantissimo”.
Pennica ha anche indicato una soluzione pratica: il carcere di Tolmezzo, dove Messina è recluso, ha già sperimentato l’innovazione trasferendo temporaneamente i detenuti al vicino istituto di Padova, dove esistono apposite stanze attrezzate. “Bisogna avere il coraggio di introdurre il mondo degli affetti”, ha scritto il difensore, sottolineando che il suo assistito avrebbe dimostrato in udienza, con dichiarazioni spontanee, “una rivisitazione personale del suo vissuto” incentrata sull’amore per la moglie e per le quattro figlie, “giovani e giovanissime in un’età per cui vanno salvaguardate in un percorso affettivo sessuale e familiare”.
Ma la risposta della Procura della Repubblica, firmata dal sostituto procuratore Giorgia Righi il 17 aprile, è stata netta: “In assenza di specifiche disposizioni di legge, quest’Ufficio ritiene di non poter fornire alcun contributo consultivo con riguardo allo svolgimento dei cosiddetti colloqui intimi”. Secondo la Procura, si tratta di “materia affidata alla competenza esclusiva dell’amministrazione penitenziaria”, in quanto riguardante le politiche trattamentali dei singoli detenuti, salvo gli eventuali controlli della magistratura di sorveglianza. Il giudice per le indagini preliminari Lorenzo Chiaramonte, il 21 aprile, ha preso atto e ha dichiarato “non luogo a provvedere sull’istanza”, rimettendo all’amministrazione penitenziaria “in mancanza, allo stato, di disposizioni legislative” la concreta attuazione della sentenza della corte costituzionale invocata.











