di Alessandra Codeluppi
Il Resto del Carlino, 29 marzo 2025
Reggio Emilia, tribunale di sorveglianza conferma: c’è il “diritto” del detenuto a vedersi con la moglie. La soddisfazione dell’avvocato Di Credico: “Recepite in toto le nostre valutazioni”. Un 44enne di origine campana, detenuto nel carcere di Parma in Alta sicurezza, vicino al clan dei Casalesi, in particolare al boss Francesco Schiavone detto ‘Sandokan’, ha fatto valere il proprio diritto, sancito dalla Corte Costituzionale con la sentenza del 26 gennaio 2024, di poter vivere con la moglie momenti di intimità, senza il controllo della polizia penitenziaria. Dapprima il magistrato di sorveglianza competente di Reggio, Elena Bianchi, aveva detto sì alla sua richiesta di avere un “colloquio intimo” con la donna, accogliendo il reclamo presentato dall’avvocato Pina Di Credico “contro la negazione del diritto all’affettività” che avrebbe esercitato il carcere di Parma. Il provvedimento, datato 7 febbraio, prescriveva che entro 60 giorni la struttura di via Burla dovesse allestire uno spazio adatto.
Il detenuto aveva avanzato la domanda il 4 marzo 2024: il mese dopo la struttura penitenziaria rispose di no, dicendo di essere in attesa di determinazioni dagli uffici superiori, e poi, nel maggio 2024, di non avere gli spazi. L’uomo aveva però addotto un pregiudizio al diritto di non subire una pena contraria al senso di umanità e chiesto di poter mantenere un legame, “innanzitutto fisico”, con la moglie. La decisione è stata poi impugnata sia dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sia dalla Procura reggiana, ma il tribunale della Sorveglianza ha confermato. In udienza il pubblico ministero aveva dato parere favorevole, ma poi, dopo aver acquisito ulteriori elementi, la Procura si è opposta.
Ha sostenuto che la condotta carceraria regolare “è elemento neutro, in quanto connaturato all’atteggiamento dei mafiosi, specie di livello apicale”. E si è rifatta a una nota datata febbraio della Dda di Napoli, che parlava di “personalità obiettivamente pericolosa del detenuto, condannato due volte per associazione mafiosa anche con ruolo direttivo (....) forte del suo mai rescisso legame col vertice del clan Schiavone”, dove risulterebbe inserito anche il fratello della moglie, pluricondannato.
Il tribunale della Sorveglianza ha “rovesciato” il ragionamento: “Sono proprio gli esiti dell’osservazione penitenziaria che consentono di confrontare il quadro ai tempi delle condanne con l’assetto attuale che ben può - e anzi dovrebbe, se la carcerazione ha un senso - restituire una persona che ha maturato un’evoluzione”. E ha specificato che non si tratta di ammetterlo a benefici esterni, ma di consentirgli l’esercizio di un diritto, “per giunta dentro il carcere, solo con modalità più umane”: “Impedire al condannato di esercitare l’affettività nei colloqui familiari è disfunzionale rispetto alla finalità rieducativa della pena”. L’avvocato Di Credico esprime soddisfazione: “Il tribunale della Sorveglianza ha recepito in toto le mie valutazioni, chiarendo come la pericolosità attuale non possa desumersi dalla caratura criminale evincibile dalle condanne intervenute prima dell’esecuzione della pena e quindi prima che la detenzione fornisse gli adeguati strumenti per un’auspicata resipiscenza”.











