di Gianpaolo Contestabile e Simone Ferrari
Il Manifesto, 1 luglio 2025
Sul caso del cooperante italiano il tribunale sposa la versione delle autorità colombiane. Per i genitori “decisione oltraggiosa”. Ieri, giovedì 30 giugno, il Tribunale di Roma si è espresso rispetto al caso giudiziario della morte di Mario Paciolla chiedendo l’archiviazione dell’inchiesta per omicidio contro ignoti. Secondo il giudice non ci sarebbero elementi concreti che porterebbero a mettere in discussione la versione delle autorità colombiane, secondo cui il cooperante italiano si sarebbe tolto la vita il 15 luglio 2020, morendo per asfissia nella sua casa a San Vicente del Caguán.
L’archiviazione arriva dopo una lunga battaglia giudiziaria: si tratta infatti della seconda richiesta di chiusura del caso avanzata dalla procura. In entrambe le occasioni, le consulenti legali della famiglia Paciolla si sono opposte, e il giudice per le indagini preliminari ha sospeso l’iter per approfondire gli elementi emersi, pronunciandosi sempre contro l’apertura dell’inchiesta per omicidio. I genitori di Mario hanno appreso “con amarezza” la decisione del tribunale e hanno ancora una volta rivendicato la loro posizione: “Mario non si è tolto la vita ma è stato ucciso perché aveva fatto troppo bene il suo lavoro umanitario in un contesto difficilissimo e pericoloso in cui evidentemente non bisognava fidarsi di nessuno”.
La famiglia Paciolla ha denunciato più volte la mancanza di trasparenza nelle indagini condotte in Colombia subito dopo la morte del figlio. Inoltre, hanno fin da subito rilevato incongruenze e scorrettezze nel comportamento della Missione delle Nazioni Unite per cui Mario prestava servizio quando è morto, e da cui sembrava volersi allontanare improvvisamente. Poche ore prima della morte, infatti, Mario aveva comprato un biglietto aereo per tornare in Italia: un viaggio che avrebbe dovuto iniziare all’indomani della notte in cui il suo corpo è stato ritrovato senza vita. Numerose inchieste giornalistiche e reportage hanno portato alla luce gli errori commessi durante le indagini e la manomissione della presunta scena del crimine da parte del responsabile della sicurezza della Missione di Verificazione dell’Onu, l’ex militare Christian Thompson.
La stessa ricostruzione della morte autoinflitta stride con i risultati dell’autopsia svoltasi in Italia, secondo cui i segni sul collo sarebbero riconducibili a uno strangolamento e i tagli sui polsi potrebbero essere stati inflitti post mortem. Inoltre, la dinamica ipotizzata del presunto suicidio solleva diversi dubbi: Mario, dopo essersi tagliato i polsi, avrebbe compiuto l’ardua impresa di usare un lenzuolo per impiccarsi a una grata del soffitto posta a un’altezza che non avrebbe potuto raggiungere nemmeno con l’aiuto di una sedia, il tutto senza lasciare macchie di sangue.
Sono queste le evidenze “frutto di anni di investigazioni e perizie” che citano Anna e Pino Paciolla. I due genitori, insieme agli amici di Mario e all’associazione che chiede “Verità e giustizia” sulla vicenda, non hanno mai smesso di percorrere scuole, piazze, festival, congressi e manifestazioni per mantenere accesi i riflettori sull’accaduto. Insieme a loro la Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), dato che Mario Paciolla era anche un giornalista, l’associazione Libera contro le mafie, il gruppo Pd dei diritti umani, parlamentari di Verdi-Avs e M5S hanno espresso dolore e sconcerto.
L’archiviazione non mette la parola fine a questa lotta, come la definiscono gli stessi genitori di Mario: “Sappiamo che questa è solo una tappa, per quanto ardua e oltraggiosa, del nostro percorso di verità e giustizia. Continueremo a lottare finché non otterremo una verità processuale e non sarà restituita dignità a nostro figlio”.
Nella serata di ieri l’associazione Verità e Giustizia per Mario Paciolla ha organizzato un sit-in fuori dal tribunale di Roma alla cui testa c’erano i genitori del cooperante che sono pronti a impugnare il provvedimento: “Sappiamo però che non siamo e non resteremo mai soli. Grazie a tutte le persone che staranno al nostro fianco fino a quando la battaglia non sarà vinta”.











