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di Filippo Femia

 

La Stampa, 23 giugno 2019

 

Sebastian è seduto su uno sgabello in plastica. Gli occhi, un abisso di paura, fissano il vuoto. Poi si scuote e fa un cenno con la testa verso il braccio sinistro, cancellato a colpi di machete. "Sono stati i dissidenti delle Farc: dicevano che ero un "sapo", una spia dell'esercito. Ma io sono solo un contadino".

Quel moncherino è il simbolo della pace tradita in Colombia. L'agguato è avvenuto a marzo 2018, un anno e mezzo dopo gli accordi firmati tra i guerriglieri delle Farc e il governo di Bogotà. "La pace? Un miraggio, qui non è mai arrivata", sussurra Sebastian, 54 anni, che per timore non rivela il suo vero nome.

"Qui" è il Putumayo, dipartimento sud-occidentale. L'ex roccaforte delle Farc - il fiume San Miguel, al confine con l'Ecuador, era considerato l'ultima retroguardia - è lo specchio della nuova ondata di violenza che insanguina la Colombia. La disputa per la coca "La pace è stata firmata, ora va costruita", aveva avvisato l'allora presidente Juan Manuel Santos. Ma lo Stato è ancora invisibile in molte zone abbandonate dai guerriglieri, come il Putumayo. Il vuoto di potere ha innescato una lotta spietata per controllare un corridoio strategico per i narcos e nei fiumi sono tornati ad apparire cadaveri a decine, come ai tempi della guerra.

I dissidenti delle Farc che non hanno consegnato le armi, i paramilitari e i cartelli della droga si disputano oggi il territorio. La guerra, ufficialmente, è finita. Ma il copione si ripete identico. Il detonante è il controllo dei territori, l'innesco la coltivazione della coca. Dei dieci municipi colombiani con il maggior numero di piantagioni, quattro si trovano in Putumayo. Le vittime, al solito, sono i civili, che hanno già messo il 90% dei morti ammazzati in 52 anni di guerra (260 mila vittime in totale).

Vivono nel terrore, ostaggi di gruppi armati che dettano legge. Letteralmente. Invadono i villaggi e convocano gli abitanti con minacce e fucili in vista. Poi elencano il "manual de convivencia", una serie di norme da rispettare - coprifuoco dopo le 18, un solo cellulare permesso a famiglia, divieto di lasciare il paese senza permesso - per sopravvivere. "Con le Farc si poteva dialogare - racconta Rodrigo Rivera, sindaco di Puerto Guzmán, da un anno sotto scorta per le minacce ricevute.

Quelli dei nuovi gruppi armati sono bestie. Prima si coltivava la coca ma era proibito consumarla. Ora vedi ragazzini di 12 anni vendere droga ai compagni di scuola". Per comprendere le ragioni della pace fallita bisogna partire da Puerto Asís, la capitale commerciale del Putumayo, e percorrere la strada che conduce al capoluogo Mocoa.

Nel tragitto, punteggiato da banani e fiori tropicali, Aura Mosquera indica a destra: "Laggiù, qualche chilometro dentro la giungla, c'è un laboratorio di coca dei paramilitari. Quell'altro lato, invece, è controllato dal fronte 38 dei dissidenti Farc".

Aura è la coordinatrice di "Accion contra el hambre", ong finanziata dal Dipartimento della protezione civile e degli aiuti umanitari della Commissione europea, che lo scorso anno ha investito 10 milioni di euro in Colombia. Ex guerriglieri nel mirino Tutte le associazioni sono concordi: un anno dopo la firma degli accordi di pace la situazione è precipitata.

Il dramma degli sfollati è la prova più evidente: 250 mila persone sono state costrette a fuggire dagli scontri armati e dal terrore di perdere i figli, vittime dei reclutamenti forzati da parte di paramilitari e altri gruppi armati. Carlos (nome di fantasia) faceva il professore. Spesso nel tragitto da casa a scuola incontrava cadaveri: "C'erano tre o quattro funerali al giorno", ricorda. Gli studenti lo minacciavano per ottenere voti alti: "Avevano pistole, ma non mi piegavo. Ho iniziato a ricevere visite di genitori armati. Poi i figli di una collega sono stati accoltellati: ho deciso di fuggire per salvare i miei bimbi". Basta sfogliare in modo sommario le 300 pagine degli accordi di pace per capire che buona parte è rimasta lettera morta.

Le Farc sono entrate in politica - stesso acronimo: Forza alternativa rivoluzionaria del comune - con 10 seggi assicurati fino al 2026. Ma gli ex combattenti, riuniti in zone per il reinserimento civile, sono finiti nel mirino dei gruppi armati illegali: in due anni e mezzo ne sono stati assassinati 128. E circa tremila (il 40% degli smobilitati), hanno imbracciato nuovamente le armi. "È il governo che provoca queste diserzioni violando le promesse ", accusa Ruben Dario Montoya, 38 anni di lotta armata ed ex comandante Farc.

"Lo Stato non ci protegge. "Per farsi ammazzare, meglio farlo difendendosi con le armi", pensano molti". Si sentono traditi dallo Stato anche i contadini che hanno sradicato le piantagioni di coca: "Ma gli indennizzi previsti dal programma di sostituzione volontaria non sono più arrivati", denunciano. Record di attivisti assassinati L'altra emergenza riguarda i leader sociali e gli attivisti per i diritti umani, dichiarati obiettivi militari dagli squadroni della morte. Dal 2016 oltre 500 sono stati assassinati.

La "colpa"? Aver alzato la voce a difesa delle comunità contro le piantagioni di coca, la sottrazione violenta di terre e le attività minerarie illegali. "Questo è l'accordo di pace più ambizioso di sempre, per questo ci sono numerosi ostacoli - spiega di Patricia Llombart Cussac, ambasciatrice dell'Ue in Colombia - Ma in questi due anni e mezzo sono state salvate tante vite, gli ex guerriglieri sono stati reintegrati e aree prima inaccessibili sono state aperte al turismo. Scommettiamo ancora sulla pace". Paula, leader di una comunità contadina minacciata dai paramilitari, è meno ottimista: "Con le Farc si girava liberi. Ora è un inferno, con tanti gruppi armati che non riesci a distinguere. Forse sarebbe stato meglio non firmare quegli accordi di pace".