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di Fulvio Bufi e Fiorenza Sarzanini


Corriere della, 7 settembre 2020

 

Le ferite sui polsi, i biglietti aerei: nel dossier sul trentatreenne in missione Onu i dubbi sull'indagine colombiana. In settimana i primi riscontri dai periti. La mattina del 23 luglio all'aeroporto El Dorado di Bogotà il corpo di Mario Paciolla viene imbarcato su un volo diretto a Roma. Sono presenti le autorità diplomatiche italiane e i responsabili della missione Onu per la quale lavorava il trentatreenne cooperante italiano ritrovato impiccato in casa otto giorni prima.

L'aereo giungerà a Fiumicino il giorno successivo, e quando i medici legali incaricati dalla Procura di Roma e guidati dal professor Vittorio Fineschi si troveranno davanti ciò che c'è nella bara, capiranno immediatamente di avere davanti un lavoro complicatissimo.

La salma è quasi sommersa da chili di segatura, il cadavere non è stato ricomposto dopo l'autopsia eseguita in Colombia. In quelle condizioni gli esami necroscopici rischiano di essere compromessi e capire che cosa è successo realmente al cooperante italiano può diventare molto difficile. E infatti oggi, a sette settimane dalla morte, nessuno è stato ancora in grado di dire con certezza se Paciolla si sia ucciso o sia stato assassinato, cosa di cui sono assolutamente certi i suoi familiari.

Le informative - Nelle relazioni inviate a Roma dalla nostra rappresentanza diplomatica in Colombia si accredita l'ipotesi che il giovane si sia tolto la vita. "Dai primi riscontri effettuati dalla polizia, tutto lascia supporre che si tratti di un suicidio", è scritto in un report del 22 luglio. E in un altro, datato 5 agosto, si riferisce che nel corso di una riunione il direttore generale per le relazioni internazionali della Fiscalia, Alejandro Jmenez, "ha tenuto ad evidenziare, confidenzialmente, che dalle indagini sin qui condotte, seppur con riserva del loro completamento, non sarebbero emersi elementi tali da mettere in discussione l'ipotesi del suicidio".

Il viaggio - Tesi che però sembra stridere con quanto fatto da Paciolla nelle ultime ore di vita. Il giovane stava per lasciare la Colombia. Il giorno prima di morire aveva acquistato due biglietti per Parigi perché intendeva convincere a partire anche la sua ex fidanzata, Ilaria Izzo, anche lei impegnata in una missione Onu in Colombia. Ma soprattutto aveva pianificato per il giorno dopo di lasciare San Vicente di Caguan, dove abitava per trasferirsi a Bogotà, in attesa di imbarcarsi il 20 luglio per la Francia e da lì raggiungere Napoli, la sua città. Che cosa, quindi, potrebbe averlo spinto durante la notte a un gesto estremo?

Nella sua deposizione Ilaria Izzo ha raccontato che al telefono la supplicò di andare con lui, di averlo sentito molto agitato, preoccupato per qualcosa che era accaduto all'interno della sua missione e in preda a continue crisi di pianto.

Poi ha parlato di "qualcosa di cui Paciolla è stato testimone che gli ha fatto perdere la fiducia in due colleghi della missione". Di che cosa si trattava? E chi sono i due cooperanti? Secondo le relazioni della Farnesina "la Fiscalia conosce i loro nominativi" e adesso bisognerà capire che cosa abbiano riferito visto che le Nazioni Unite li hanno privati dell'immunità.

Le lesioni - I punti oscuri sono ancora molti e per questo si attende la consegna della prima relazione dei periti che potrebbe avvenire già questa settimana. Quando è stato ritrovato, il corpo di Mario Paciolla aveva delle ferite ai polsi, come se avesse tentato di tagliarsi le vene prima di impiccarsi. Ma in realtà erano ferite superficiali, a fronte, invece, di una quantità di tracce di sangue, ritrovate in casa, assolutamente incompatibile. E poi c'è il "solco" sul collo che secondo i primi esami non sarebbe compatibile con l'asfissia provocata dal cappio di un lenzuolo.