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di Zita Dazzi

La Repubblica, 19 gennaio 2025

“Ci vogliono progetti di educazione alla legalità per i ragazzi che commettono reati da Daspo e occorre garantire condizioni di vita dignitosa. Bisogna includere i giovani stranieri nati in Italia e questo comporta anche l’accettazione delle diversità senza creare discriminazioni Ho fortissimi dubbi sulle misure del Governo per le forze di polizia: possono alimentare la rabbia sociale e ritorcersi contro gli stessi agenti”. Gherardo Colombo, lunga carriera di magistrato, protagonista di una stagione di inchieste giudiziarie che hanno segnato il Paese, dalla Loggia P2 a Mani Pulite, oggi scrive saggi sulla legalità e parla ogni anno davanti a migliaia di studenti per spiegare i valori sui quali ha fondato il suo lavoro.

Le “zone rosse” hanno creato polemiche e, nel caso dei festeggiamenti di Capodanno a Milano, non hanno garantito l’ordine pubblico. Che ne pensa?

“Secondo me la valutazione di misure simili dipende da come si pensa che sia giusto organizzare la società. Se si sta insieme, cioè, secondo un criterio di supremazia, oppure di condivisione. Il primo ha come conseguenza che chi sta in alto comanda e costringe chi sta in basso a obbedire; il secondo si basa sul riconoscimento dell’altro e delle sue idee e sul dialogo attraverso cui ricercare punti di incontro. Mentre per la prima visione del mondo i problemi si risolvono con l’imposizione, per la seconda con l’educazione alla convivenza. La nostra Costituzione ha scelto la seconda alternativa”.

Può bastare per assicurare un livello di sicurezza accettabile?

“È necessario molto d’altro: dal punto di vista dello sviluppo della persona è ovvia l’importanza dell’educazione. Ma attenzione, dell’educazione a diventare capaci di gestire la propria libertà, e non si educa alla libertà attraverso la richiesta di obbedienza. Ma perché l’educazione possa incidere, sono necessari tanti altri interventi. Il tema è quello del rispetto dell’altro, e anche per i ragazzi che commettono trasgressioni gravi, come quelle passibili di Daspo, è necessario garantire condizioni di vita dignitosa. In tante realtà urbane esistono troppe disparità sociali, persone che vivono sotto la soglia della povertà. Le periferie da dove vengono i ragazzi che hanno creato problemi sono spesso abbandonate”.

Si sta riproducendo un fenomeno simile a quello delle banlieue francesi?

“Potremmo evitare una deriva simile con un progetto di coesione sociale serio, partendo non solo dal piano educativo ma anche dal tema della giustizia sociale. È certamente un argomento molto ampio, ma garantire condizioni di vita, di lavoro più stabile, di salario più equo, servirebbe molto a ridurre quella rabbia, quell’invidia, quella negatività nelle relazioni tra le persone, che in certi casi ha un peso determinante”.

I provvedimenti coercitivi non bastano se è il disagio sociale a determinare certi comportamenti violenti e trasgressivi?

“L’uso degli strumenti coercitivi a volte è indispensabile. Se una persona ne sta ammazzando un’altra, è ovvio che le forze dell’ordine devono impedirglielo anche con l’uso della forza. Però è rigorosamente necessario usare la forza solo ed esclusivamente quando essa serve ad evitare che sia usata contro terzi una violenza di pari consistenza, e rispettando rigorosamente la proporzione tra il rischio e il rimedio. Detto questo, l’intervento delle forze dell’ordine, la mera repressione dei comportamenti illeciti, non risolve il problema alla radice, non elimina dalla società quel che scatena la rabbia, che sta alla base delle motivazioni di chi commette reati, piccoli o grandi che siano”.

È possibile coinvolgere i ragazzi stranieri nati in Italia, in un discorso di rispetto per istituzioni e legalità?

“Ovviamente sì. Si tratta di decidere se vogliamo escludere o includere, e questo comporta anche l’accettazione delle diversità. Come dice la nostra Costituzione, tutti noi siamo “uguali davanti alla legge” senza che le nostre diversità (di genere, etnia, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali) possano creare discriminazione. Perché la discriminazione sia bandita è necessario riconoscere nell’altro una dignità pari alla propria, come dice la Costituzione. È necessario riconoscere effettivamente a tutti i diritti fondamentali, perché tutti si possano coinvolgere”.

I dati dei reati sono in calo, ma la percezione dei cittadini resta di crescente insicurezza…

“Giusto parlare di “percezione”. Vedo un clima in cui alcuni episodi generano la sensazione di vivere costantemente in un contesto molto più pericoloso del passato, anche se nella generalità della vita quotidiana la realtà è diversa”.

Magari le persone si sentono più garantite se ci sono i divieti…

“Qualcuno si sente più garantito, qualcuno meno libero. Però vorrei parlare anche dell’utilità di certe misure: una volta messe le regole, si controlla che vengano rispettate? Se quando si impone un comportamento non si è capaci di ottenerne l’ottemperanza, il risultato è l’opposto di quello che si vorrebbe”.

Dopo la morte del giovane Ramy Elgaml, al termine dell’inseguimento da parte dei carabinieri, c’è stata tensione al Corvetto e in tutta Italia…

“Non conosco a sufficienza i fatti. L’episodio ovviamente mi ha colpito e capisco possa diventare un pericoloso detonatore di altre tensioni sociali”. Cosa pensa dello scudo penale? “Certamente l’effetto sull’opinione pubblica potrà essere pesante. Ho fortissimi dubbi sulla costituzionalità della misura, che credo possa aumentare la rabbia sociale ed esporre gli operatori della sicurezza a pesanti reazioni nell’esercizio delle loro funzioni”.