di Luca Attanasio
Il Domani, 27 agosto 2025
Quest’estate è scattata la nuova strategia del presidente Usa per esternalizzare la questione migratoria, che mira ai paesi africani: prima il Sud Sudan, poi eSwatini, più di recente il Rwanda e l’Uganda, con cui la Casa Bianca ha stretto alcuni accordi. Prima il Sud Sudan, poi eSwatini (ex Swaziland), più di recente il Rwanda e qualche giorno fa l’Uganda. È scattata questa estate la nuova strategia di gestione esternalizzata della questione migratoria di Donald Trump, una controversa politica di vere e proprie deportazioni sperimentata fin dal suo primo mandato in America Latina e ora indirizzata a una serie di paesi africani. La scelta che ha visto fin qui la sigla di accordi con i quattro stati sopracitati, è stata impostata nel corso del mini vertice voluto dal presidente americano con alcuni leader africani alla Casa Bianca a luglio. L’idea iniziale è di inviare in Africa richiedenti asilo, rifugiati o immigrati condannati per vari reati, ma non esclude la possibilità di appaltare in seguito a questi stati e ad altri una gestione più complessiva del fenomeno migratorio.
È la nuova tendenza dell’occidente nella gestione dei migranti: dopo aver sigillato da decenni le frontiere e fomentato percorsi illegali in mano ai trafficanti quali unica via per approdare in Europa o America, ora si sperimenta il cosiddetto outsourcing e si punta a paesi tendenzialmente poveri come luogo di destinazione di migranti, richiedenti asilo, profughi, senza riguardo per diritto internazionale e dei singoli. Il primo a immaginare questa formula fu il Regno Unito che si accordò con il Rwanda (ma senza riuscire a realizzare deportazioni), poi arrivarono altri tra cui l’Italia con il drammatico flop dell’Albania. Ora è la volta di Trump che dopo aver fatto sapere di voler prendere solo richiedenti asilo bianchi “perseguitati” in Sudafrica, stringe accordi con paesi africani volti a rendere il suo paese sempre più impenetrabile per chi voglia lì emigrare.
Trump, dopo il noto taglio di UsAid che ha colpito in modo particolare l’Africa, sa che il continente vive una nuova fase di grande difficoltà nella via verso lo sviluppo e punta a prendere alcuni paesi per il collo. Come riporta Foreign Policy, con la scadenza dell’African Growth and Opportunity Act prevista per settembre e le drastiche riduzioni degli aiuti, la pressione di Washington sta mietendo accoliti. Ma assieme alle firme, piovono feroci proteste da parte della società, di politici e di varie organizzazioni che smontano gli accordi dal punto di vista giuridico, da quello economico e sul piano dei diritti umani.
“L’accordo tra gli Stati Uniti e il governo di eSwatini, deciso unilateralmente dal primo ministro senza il sostegno collettivo del suo gabinetto e senza l’approvazione del parlamento, è incostituzionale, irrazionale e illegale e deve essere annullato” ha scritto il direttore dell’eSwatini Litigation Centre, Mzwandile Masuku, nell’istanza urgente presentata a metà agosto con dibattito previsto entro la fine del mese. Il piccolo paese sudafricano, sede dell’ultima monarchia assoluta d’Africa e teatro di proteste di massa soffocate nella violenza tra il 2021 e il 2022, è in fermento in queste settimane con una società civile preoccupata per l’accordo. Tra i punti critici ci sono il netto sovraffollamento delle prigioni (i deportati sono condannati in Usa ma gli stati di appartenenza rifiutano l’estradizione), la poco chiara gestione dei fondi che verrebbero erogati, ma anche questioni relative ai diritti dei cinque cittadini stranieri coinvolti e di tutti gli altri che potrebbero seguirli. Le richieste di accesso agli uomini da parte degli avvocati sono state finora rifiutate e si ritiene che non abbiano avuto contatti con alcun rappresentante legale. C’è poi un’enorme questione che l’operazione voluta da Trump sembra ignorare, pensare di inviare in Africa persone non desiderate in Usa ha il sapore di legalizzazione di discariche umane, perpetua un’idea del continente coloniale e persegue una strategia irrispettosa di ogni forma di diritto.
“Gli Stati Uniti - ha dichiarato la direttrice del Southern African Litigation Centre, Anneke Meerkotter - sanno per certo che non hanno concesso alcun diritto al giusto processo alle persone che hanno imbarcato in modo disumano sui voli per i paesi terzi. La popolazione non può permettere che la regione diventi complice di tali violazioni dei diritti umani”. Ma c’è anche chi si è rifiutato decisamente di firmare l’accordo proposto da Trump. Il fermo diniego della Nigeria, il potentissimo e più popoloso paese continentale, come giustamente sottolinea Foreign Policy, fa parte di una più ampia presa di coscienza del Sud globale. Per troppo tempo ci si è aspettati che gli stati africani assorbissero gli oneri a valle della gestione delle crisi occidentali e attuassero le decisioni prese in capitali lontane, spesso in cambio dell’assistenza dei donatori.











