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di Giampaolo Cassitta*

giampaolocassitta.it, 27 settembre 2026

Credo che la deriva sia cominciata da tempo e che tutti facciamo finta di ballare sul Titanic sul quale il centrodestra ci ha fatti salire. L’ultima sortita di Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha dell’incredibile. Soprattutto per quella frase agghiacciante, “colpirne uno per educarne cento”, che mi ha ricordato i proclami delle Brigate Rosse. Non so che cosa possa essere capitato a un uomo che, con la faccia un po’ così e l’espressione un po’ così, riesce a essere imbarazzante in ormai troppe occasioni. Stare dalla parte della polizia non significa assolutamente nulla. Un ministro e vicepresidente del Consiglio deve stare dalla parte dello Stato, che comprende certamente le forze di polizia, ma anche la magistratura. 

Come può un vicepresidente del Consiglio affermare che ci vuole maggiore rigidità da parte della magistratura, quando quest’ultima si limita, e deve limitarsi, ad applicare le norme che i legislatori - e quindi lui per primo - hanno scritto? E come può un vicepresidente del Consiglio aggiungere che comprende il problema delle carceri sovraffollate, ma che dobbiamo anche dare dei segnali per garantire ai cittadini che i delinquenti non possano agire impuniti? E quali sarebbero questi segnali? Arrestare tutti e lasciarli in carcere fino alla fine dei loro giorni?

Credo che si debba davvero cominciare a discutere seriamente del problema della sicurezza, lasciando perdere questo modo rozzo, intriso di faciloneria e adatto alle discussioni da bar, ma non certo a quelle che ci si aspetterebbe da un vicepresidente del Consiglio. Io sono dalla parte dello Stato e sentire qualcuno che dice di voler colpirne uno per educarne cento mi spaventa. Mi riporta a quando, da adolescente, leggevo con ansia i comunicati delle Brigate Rosse. E non era una bella lettura.

*Scrittore, editorialista. Si è occupato per 40 anni delle problematiche penitenziarie, prima come educatore in alcune carceri (Asinara, Alghero) e poi prima come dirigente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e poi come Dirigente del Dipartimento di Giustizia Minorile e di comunità. Ha scritto diversi romanzi sul carcere