sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Francesco Grignetti

La Stampa, 8 dicembre 2024

Breve riassunto di un mese di cronaca nera impazzita. A Latina scoppia una rissa in discoteca: tre giovani tra 16 e 18 anni feriti a coltellate, di cui uno molto grave. A Lucca, un signore sgrida due giovani vandali che si accanivano contro la recinzione della sua casa: lo aggrediscono con due fendenti all’addome. A Napoli tre giovanissimi sono stati uccisi da altri giovanissimi nel giro di pochi giorni, per vendette, liti, e per un assurdo gioco con una pistola. A Siracusa, sempre in una discoteca, un sedicenne accoltella un diciannovenne perché aveva offerto una sigaretta alla sua fidanzatina. A Milano, un capotreno ferma una coppia di ventenni che non avevano il biglietto, e lo accoltellano. La lama era nella borsetta di lei, ma l’ha usata lui.

È inevitabile porsi la domanda: ma che succede tra i giovanissimi? Perché hanno sempre un’arma a portata di mano? Attenzione, i numeri dicono che non c’è una gran crescita di reati compiuti con armi da giovanissimi. Sono fenomeni sempre esistiti, ora più enfatizzati dai social. “Però è innegabile - dice Andrea Olivadese, dirigente del Servizio centrale operativo - che s’è abbassata l’età. Il quattordicenne di oggi non è lo stesso di venti anni fa”.

Lo Sco della polizia, che in passato si occupava esclusivamente di criminalità organizzata, adesso si dedica anche ai giovanissimi. Qualche settimana fa ha realizzato una maxi-operazione coordinando trenta questure per controlli sul territorio in aree problematiche e monitoraggio di siti che inneggiavano alla violenza. Dice Olivadese: “Cresce la percezione del fenomeno delle aggressioni”. Ma questa scatena a sua volta effetti negativi. “Può essere che un giovane, se vive in un determinato contesto, faccia a sua volta la scelta di armarsi. E il coltello è la soluzione più facile. Molti ragazzi magari sono malavitosi e quindi si armano perché intendono fare un reato. Altri per status symbol. Altri lo fanno di rimando. Ho personalmente parlato con vari ragazzi. Gli ho chiesto: ma tu perché giri col coltello? Rispondono: “Se voglio una possibilità di difesa anche minima, mi serve”“.

Che l’aggressività dei giovani sia cresciuta, insomma, è sotto gli occhi di tutti. Ma perché? “I fattori in gioco - commenta Massimo Cotroneo, psicologo della polizia - sono tanti. È un fenomeno che si inserisce nel cambiamento storico culturale psicologico emotivo e sociale in corso. Basti pensare al Covid e all’impennata di aggressività degli adolescenti, i cui effetti sul medio e lungo periodo non sono affatto conclusi. Ora, chi è più vulnerabile mostra maggiormente la sintomatologia del disagio”.

Il tasso di violenza fa parte di questa sintomatologia. Dice ancora lo psicologo in divisa: “Lo chiamiamo “acting out”. Mi spiego: il soggetto non riesce a capire una situazione, la vive male emotivamente e psicologicamente perché povero dal punto di vista delle possibilità, della gestione interna, delle risorse personali, anche familiari e sociali, e si sente così arrabbiato che agisce e dà un pugno all’amichetto. È una classica dinamica psicologica: il fallimento della mentalizzazione e il passaggio all’atto. Una dimensione primordiale. Accade nel bambino, ma diventando adolescente e poi adulto subentra una capacità di mentalizzazione”.

Però c’è una intera generazione di adolescenti e giovani a rischio. E tanti, anzi tantissimi, non si limitano a dare pugni, ma portano coltelli in tasca, tirapugni, qualcuno addirittura la pistola. Conclusioni del dottor Cotroneo: “Il soggetto sente di non essere all’altezza e si affida a un’arma. Tanto maggiore è il senso d’inefficacia di sé stessi, tanto più si cerca aiuto in una protesi”.

Il problema attraversa l’Italia trasversalmente, da Nord a Sud, dal centro alla periferia. E non solo l’Italia. Qualche tempo fa, il presidente onorario del Gruppo Abele, lo psicologo Leopoldo Grosso, scriveva: “In Inghilterra la ricomparsa delle armi da taglio usate dai giovani aveva cominciato a mietere un preoccupante numero di vittime già prima della pandemia. Il fenomeno chiama in causa l’aumento della povertà; la crescita delle disuguaglianze che ha penalizzato l’ascensore sociale; le lacerazioni dei figli dei migranti, contesi tra gli obblighi tradizionali e familiari e le sollecitazioni libertarie e individualistiche dei compagni italiani”.

Ma la violenza giovanile non può essere liquidata con le sole dimensioni socio-economiche. “C’è innanzitutto una componente narcisistica, inevitabile mediatrice nell’innesco di sofferenze e percorsi di devianza, tappa obbligata dell’adolescenza: è stata caricata di un’ansia sociale e di un peso psicologico inediti, che alimentano inadeguatezze e tensioni insostenibili per molti ragazzi”. Si torna così al senso di inadeguatezza e chi se lo risolve con una lama in tasca. Non basterà inventarsi un nuovo reato per risalire la china.