di Nina Fresia
La Stampa, 13 marzo 2026
Tra i reati in aumento anche l’associazione mafiosa. Save the Children: “La risposta non può essere solo punitiva”. Rabbia, paura e forte sfiducia nella società: sono i sentimenti dietro ai numeri del rapporto “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” realizzato da Save the Children. Il campanello d’allarme suona forte e chiaro: è vero che le segnalazioni dell’autorità giudiziaria minorile sono diminuite nel corso degli ultimi vent’anni, ma allo stesso tempo sono aumentati i reati di natura violenta commessi dai giovanissimi. Rapine, lesioni personali, risse e minacce sono sempre più diffusi.
I reati contro la persona sono passati da 15.365 nel 2019, cioè prima del Covid, a 21.958 nel 2025, registrando una crescita costante nel tempo. Le rapine commesse da minorenni sono più che raddoppiate in dieci anni: dai 1.900 casi nel 2014 si è arrivati ai quasi 4.000 del 2024.
Dal rapporto emerge come l’uso di armi tra i più giovani non solo sia in aumento, ma si tratti ormai di una pratica consolidata su tutto il territorio nazionale. Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children, spiega come questo inneschi un “cortocircuito della paura”: “I ragazzi che abbiamo intervistato spesso ci hanno riferito di portarsi dietro un coltello perché hanno paura e ne hanno bisogno per difendersi. Percepiscono il loro contesto di vita come rischioso e non si rendono conto di contribuire a loro volta ad aumentarne la pericolosità. Trattandosi poi di adolescenti con un’autoregolazione emotiva più bassa degli adulti, se scoppia un litigio è molto più facile che si passi dalle parole ai fatti e venga tirata fuori l’arma”. Nel 2025 è stato raggiunto il picco di segnalazioni per porto abusivo di armi tra minori, 1.096 adolescenti in totale. Nella sola città di Milano, l’aumento per questo reato è del 455% nell’arco di dieci anni.
Fare paura per essere notati
Il report smentisce l’esistenza di “baby gang”, cioè gruppi organizzati di ragazzi dediti alla commissione di crimini. Spesso, però, delle azioni coordinate si verificano e a renderle possibili sono i social: “Le piattaforme online sono usate come strumenti operativi per creare dei gruppi che si costituiscono e disgregano molto velocemente”, continua Inverno, “e servono anche ad avere visibilità, per affermarsi attraverso dei filmati in cui si lotta in delle risse o si minaccia qualcuno. O magari anche per farsi notare da organizzazioni criminali adulte”. Lo stesso vale per l’estetica musicale adottata dai più giovani di tutte le estrazioni sociali, con testi che esprimono marginalità e voglia di riscatto.
“Almeno fare paura significa essere visti”, dice Enzo, uno dei ragazzi intervistati. Anche secondo i funzionari dei servizi sociali sentiti da Save the Children, con la violenza ragazzi e ragazze lanciano un grido di aiuto agli adulti: gli educatori che i giovani incontrano dopo aver commesso un crimine rappresentano spesso il primo punto di ascolto. La risposta a questi dati non può essere solo punitiva, sottolinea il rapporto.
I minori e i giovani adulti presi in carico dagli Uffici di Servizio sociale per i minorenni nel 2024 sono 23.862, in aumento soprattutto a causa di permanenze prolungate nel sistema penale di giustizia minorile. “Norme restrittive approvate dal governo, come il Decreto Caivano, hanno reso più frequenti casi di custodia cautelare e limitato l’accesso alle pene alternative”, commenta Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, “a pesare è soprattutto l’informalità del messaggio, cioè che servono più arresti e pene esemplari. Bisognerebbe invece ripensare a delle politiche educative e sociali orientate alla prevenzione”.











